Il Vuoto come Necessità

Igor Reggiani

Il vuoto è inquietudine e incertezza, un luogo scomodo da abitare, ma è lì che possiamo lasciare andare il superfluo, incontrare noi stessi, trovare nuove strade da percorrere.

In questo periodo di emozioni difficili, di incertezza sul futuro, di sgomento per aver smarrito le certezze di una normalità che ormai appartiene al passato, ho vissuto in prima persona l’esperienza del vuoto, come forse molti di noi e ho trovato questo luogo familiare, già conosciuto in particolare facendo teatro di improvvisazione. Non ho riscontrato nessuna differenza, se non che in scena è possibile uscire da questa sensazione in ogni momento, ma nella vita no.

Ho pensato di parlare delle qualità del vuoto, una parola che immaginiamo priva di requisiti e caratteristiche, ma che invece ha tutt’altra valenza. Innanzitutto, ho trovato il mio vuoto grazie al silenzio, una privazione dai rumori di fondo del mondo; chi vive in città probabilmente ha notato, durante il lockdown, la scomparsa del rumore del traffico e l’apparizione di altri suoni sullo sfondo, normalmente impercettibili: il vento, il canto degli uccelli, i dialoghi tra le persone. Inoltre, la separazione forzata dagli altri mi ha costretto a stare con me, probabilmente la compagnia più difficile che potevo sperare di avere.

Nell’improvvisazione teatrale vivo questo stato quando esaurisco le azioni possibili: per chi non lo ha mai provato, immaginate di poter mettere in scena qualunque cosa con il corpo, di correre, muovervi, saltare, cercare il contatto con gli altri, urlare, immobilizzarvi, ecc… E immaginate, a un certo punto, di aver fatto tutto il possibile e di non sapere più cosa fare. Questo è lo stato che ho ritrovato in questo periodo: sono lì con gli altri come me, e mi specchio nei loro sguardi e trovo un insieme unico di sensazioni, che vanno dall’angoscia, alla ricerca quasi disperata di qualcosa da fare o dire. Siamo lì, nel vuoto.

Siamo animali sociali, per cui è inevitabile che quest’atmosfera ci porti al dialogo interno, all’incontro con la nostra storia e quello che siamo; per me è stato un incontro con il senso della vita: una sensazione di angoscia, fragilità, impermanenza, paura della morte. Ed ecco il punto più difficile del vuoto, la caratteristica che lo rende apparentemente insopportabile. Cosa facevo, nella vita di prima, per stare lontano da questa sensazione? Mi agitavo nelle relazioni, nelle parole, nel rumore per evitarla. Reagivo alla paura della morte scappando in attività inutili e superficialmente consolanti.

Appare evidente il parallelo con l’improvvisazione teatrale: posso essere in scena con gli altri, ma separato da loro e costretto a stare con me, a guardarmi dentro e sentire il mio suono, la mia pancia e ascoltare quel che viene da lì: non so cosa fare, come farlo, con chi, non c’era più nessun copione. Non so che direzione prendere, poiché gli schemi del conosciuto sono decaduti e inutili.

Ed è questo il punto in cui si incontra il lato più difficile del vuoto, la soglia da oltrepassare per scoprire che cos’altro c’è: una sensazione così scomoda che mi chiede uno sforzo enorme per essere presente senza permettere ai rumori di celare questa voce. E questi rumori possono essere relazioni, cibo, parole superflue, serie televisive, qualcosa che venga da fuori e mi tenga abbastanza distante da me, mi impedisca di avvertire quell’angoscia.

La cosa interessante di questo punto in cui ci si trova, nell’improvvisazione, è che sembra non esserci scampo, gli schemi conosciuti sono decaduti e inutili e la strada che ci porta fuori chiede un prezzo da pagare, ovvero smettere di recitare, smettere di “far finta”, rinunciare alla strada più comoda, quella delle maschere che mettiamo in scena per risparmiare energia e ottenere qualcosa in cambio e intraprendere la strada dell’autenticità. Occorre cercare la fonte interna di energia e desiderio, che non chiede altro che uscire, esprimersi, smettere di essere sconosciuta.

E qui che incontro la potenza del vuoto, che nasce soprattutto dalla decisione di arrendersi a quel che c’è ed entrarci dentro con tutto lo spavento, ma anche con tutta la forza del mio essere umano. Mi sono accorto che è necessario ascoltarmi ed è necessaria l’attesa: il vuoto non è stasi interiore, ma vibrazione continua e dinamica e pretende senza sconti la totale presenza di corpo, mente e emozioni. Mi affido quindi a loro, lascio che sia il corpo a guidarmi senza controllo da parte mia, cedo il passo al respiro e faccio emergere le emozioni, che danno vita al movimento e all’immaginazione, senza risparmiare energia, ma anzi aprendomi sempre di più al gesto e alla voce. Se mi guardo attorno, mentre sono in scena, mi accorgo che c’è uno spazio interno molto ampio, e così accade nella vita: il passaggio nel vuoto sgombra da ciò che non serve più e genera un palcoscenico nuovo su cui sentire la propria presenza, guardare gli altri e cercare la loro, fino a costruire qualcosa che non sappiamo, che è sconosciuto, ma che ci guida come una bussola.

È un agire tutto diverso, un muoversi sulla base di un equilibrio che non teme le sfide della vita, non ha paura di crescere e mostrarsi agli occhi del mondo, una azione che scaturisce dal profondo. Potrei dire che quella che chiamiamo normalità, per me, è spesso costellata di reazioni: tutto va in fretta e nello stesso tempo è tutto prevedibile, automatico, radicato in me che mi muovo robotizzato. Nell’improvvisazione il ritmo è completamente diverso: l’azione autentica, che si muove sulla freccia interiore e vuole la mia soddisfazione, nasce da quel vuoto, da quell’angoscia necessaria per essere me stesso e incontrare gli altri.