Il Fuoco dell’Essenzialità

Margherita Biavati

Se abbiamo qualcosa di unico dentro è il momento di esprimerlo: da sempre le migliori innovazioni avvengono quando usciamo dalla zona di comfort e ci mettiamo a suonare davvero.

La gravissima crisi che stiamo vivendo oggi, se da un lato ci fa sentire annientati e ci porta a reazioni sconnesse e inadeguate, dall’altro è sicuramente una preziosa occasione per fermarci, ripensare alla nostra vita, ai nostri valori e comprendere cos’è davvero importante per noi, qual è la vita che vogliamo vivere: a me è saltato agli occhi il valore dell’essenzialità.

Questo è il primo trauma forte e drammatico che la nostra generazione subisce; abbiamo sentito i nostri genitori e i nostri nonni raccontare i terribili traumi che loro hanno vissuto col nazismo, il fascismo, le guerre, i campi di concentramento; abbiamo studiato nei libri e rivissute nei film storici le tragedie create dalle grandi epidemie del passato, ma non immaginavamo lontanamente che tutto ciò potesse accadere di nuovo, potesse accadere a noi. È insito nella natura umana pensare che gli avvenimenti drammatici siano a un qualcosa di lontano, che appartiene ad altri, fuori dalla propria portata e dalla propria vita. È così che abbiamo imparato a vivere in difesa, sentendoci un po’ immortali, intangibili, potenti.

Anche se a livello personale tutti noi abbiamo vissuto esperienze traumatiche: la morte di persone care, una malattia a volte lieve ma altre volte terribile, i fallimenti economici, situazioni che ci hanno obbligato a cambiare le nostre abitudini, a rinunciare a qualcosa a cui tenevamo. Pur constando giorno per giorno che la vita non è certo costellata solo di piaceri, gioie e realizzazioni, ma anche e soprattutto da perdite e privazioni – e tutto ciò sino alla perdita totale, la morte – osservandoci dall’esterno o dall’alto come fossimo aquile, ci renderemmo conto quanto le nostre reazioni oggi siano fuori controllo. Voglio dire che non siamo affatto preparati a reagire in maniera saggia al lato oscuro dell’esistenza; siamo predisposti alla conquista, ma non alla perdita, come se non fossero due facce di una stessa medaglia.

Il trauma che ci ha travolto ci scuote nel profondo, ci limita, ci costringe a cambiare la nostra vita; siamo accumunati da sensazioni di impotenza, frustrazione, paura, angoscia, rabbia; il nostro compito come esseri umani è trovare risposte migliori, più efficaci per aiutare noi stessi e le persone che amiamo e ci vivono accanto. Reagire alla paura con il panico che immobilizza e blocca la voglia di vivere non aiuta; come non aiuta reagire all’angoscia con la negazione e le proiezioni per lasciarsi trasportare da quella rabbia ribelle che vede il problema al di fuori di sé: nel virus, nel complotto, nell’incapacità dei governi, dei sanitari, degli scienziati. Tutte risposte che, anche se per un istante ci allontanano dal malessere, in realtà ci indeboliscono, ci fanno perdere forza e sicurezza interiore e la capacità di basarci sulle nostre risorse per trovare in ogni circostanza, anche la più negativa, risposte creative, consone alla situazione, inimmaginabili sino a un attimo prima, perché nascono in un luogo difficile: il tempo presente.

In Gestalt diciamo che un problema non è mai esterno: esterna è la situazione, il problema nasce dalla difficoltà di reagire e interagire alla situazione nel modo migliore, creativo, imprevedibile. L’alternativa e direi anche l’unica reazione non sterile è quella di sostare nel trauma, senza volere ad ogni costo superarlo, negarlo, invalidarlo. Di stare lì fermi nel buio, nel vuoto, in questo luogo penoso per ascoltarlo, pensarlo, perché l’unico modo di ritornare a vivere è partire da quello che c’è. La nostra vita come la vivevamo è stata interrotta: riconoscerlo e trovare risorse è già un atteggiamento di ripresa della vita. Questo è la ricerca che spetta alle persone che desiderano incidere nella propria ed altrui esistenza: vivere il presente, non come premessa per la ripartenza, ma sottolineo come ripartenza stessa.

Dobbiamo innescare un atteggiamento che ha molto a che fare con l’inizio di un percorso di crescita personale e spirituale, che è in primo luogo un atto di coraggio: solo le persone coraggiose infatti osano incontrare sé stesse, vedersi per quello che sono, smettere di vedere il negativo fuori di sé, nell’altro, nell’ambiente per recuperare il potere di incidere nella realtà. Questi sono gli strumenti che ci permettono di essere all’altezza di ciò che accade: osservare, prestare attenzione, immaginare e decidere.

Ma per avere questa forza, questo coraggio di sostare in zone sconosciute senza intravvedere subito cosa fare, abbiamo bisogno di una base solida che significa appartenenza, reciprocità, rispetto, in una parola abbiamo bisogno d’amore. Per curare me stessa e l’altro dobbiamo riconoscere il luogo buio e traumatico in cui siamo e da qui cercare di fare qualcosa di buono. Ci chiediamo: siamo ancora, nonostante tutto, capaci di amare? Come fare in un momento in cui molte relazioni sono quasi impossibili, ad aver cura delle relazioni? Questo è un momento fondamentale per re-imparare a dare valore alle relazioni, a ciò che resta di esse, un tempo ideale in cui coltivare il valore umano delle relazioni. Sappiamo dalla Psicoterapia e dal Counselling che ciò che permette la cura è il contatto umano e l’autenticità. Come dice Naranjo: quando il terapista è maturato abbastanza, l’aiuto arriva al paziente attraverso il semplice incontro.

Quello che vi propongo è di imparare a curare noi stessi dando valore alle nostre relazioni più intime.

L’esperienza di questo virus ha amplificato una duplicità che definisce la natura umana rispetto alla dimensione relazionale: da un lato siamo portati a proteggerci, a stabilire confini chiari, a scansarci dal contatto con la persona estranea. D’altro lato a oltrepassare i confini: è l’impulso territoriale in cui si afferma la propria forza, voglia di vivere, si creano connessioni, amori, famiglie. Sono le due anime dell’essere umano, una polarità costante, due spinte che coesistono verso l’aperto e verso il chiuso: confine e sicurezza, sconfinamento e novità. Ora in cui la nostra casa è diventata una tana protettiva vivere le qualità brillanti della nostra duplicità relazionale significa dare un valore etico inestimabile alle relazioni possibili, in primis quella con noi stessi.

Iniziamo a togliere la mascherina in casa, parlo di quella caratteriale che portiamo sempre perché siamo guardinghi e sospettosi; iniziamo ad essere disarmati di fronte all’altro, a sostituire la corazza con la comprensione. Non credo siamo veramente consapevoli di quanto ci sia indispensabile, per essere sereni, comprendere profondamente l’altro e sentirsi compresi, lasciarci perturbare dall’altro, dalla sua diversità, per sentirci vivi anche se esposti e feribili, ma liberi da quella insopportabile sensazione di solitudine.

Molti sono convinti che il confinamento sia stato un attentato alla nostra libertà, una lesione dei nostri diritti, ma io penso ci abbia ri-educato a quella libertà più vera che non si dissocia dalla solidarietà perché “siamo onde dello stesso mare” come dice Recalcati. Ma noi facciamo fatica a vivere la libertà come solidarietà, siamo egoisti, abbiamo paura di annientare il nostro disastroso individualismo; ma questa è l’essenza dell’essere umano: di sempre totalmente polare soprattutto laddove le costruzioni sono più difficili come nell’amore in qualsiasi forma si esprima. Così il coraggio non può essere scisso dalla paura, le tenebre dalla luce, il chiuso dall’aperto: imparare ad integrare le nostre polarità è una guida verso la flessibilità, indispensabile per vivere una vita creativa che accolga il buio senza esigere una soluzione immediata, ma con la fiducia che la luce arriverà. Il Gestalt l’autoregolazione organismica è la bussola, la risposta interna che per essere ascoltata ha bisogno di silenzio, di uscire dal frastuono della nostra mente ripetitiva e nevrotica.

Altre risposte ci possono aiutare a vivere questo momento: il pensiero artistico e l’assunzione di responsabilità. Cosa fanno gli artisti? Lavorano con i resti, con le ferite non per cancellarle ma per mostrarle e trasformarle in poesia, in incredibili meraviglie. Con uno sforzo creativo possiamo cogliere in quello che ci si presenta un’occasione di trasformazione, di ripensamento e possiamo assumerci delle responsabilità nuove per ridipingere il nostro modo di stare al mondo e di amare.

Possiamo ispirarci allo sciamanesimo dove esistono i riti di passaggio alla ricerca di nuove visioni in cui una persona è chiamata a trascorrere qualche giorno da solo nella foresta, senza acqua, senza cibo e senza protezione, perché solo dopo aver affrontato le sue paure e le sue difficoltà può ottenere una nuova visione del mondo. Questo tempo può essere usato per farci delle domande, più importanti delle risposte; il non-senso, se accettato, può mutare nel suo contrario, offrire un orizzonte. Da questo vuoto si può rinascere.

A Keith Jarrett fu chiesto a Colonia di suonare con un pianoforte scassato e vecchi; avrebbe potuto rifiutare, ne aveva tutte le ragioni e invece ha suonato e ne è venuto fuori il più bel concerto della sua vita. A volte anche a noi tutto sembra andare storto: ma se abbiamo qualcosa da raccontare, se abbiamo qualcosa di unico dentro, è il momento di dimostrarlo. Da sempre le migliori innovazioni avvengono quando usciamo dalla zona di comfort e ci mettiamo a suonare davvero.