Il Valore dell’Autenticità

Margherita Biavati

L’essere autentico è disposto ad attraversare ciò che sente, compreso i passaggi dolorosi, per fiducia nella propria realtà interna organismica.

Ciò che in questo momento è più a fuoco nella mia esperienza di vita personale e professionale è il valore dell’autenticità nelle relazioni, a partire da quella con se stessi, sino a quelle amorose, amicali e educative come la relazione di Counselling e fra Genitori e Figli.

Sul valore dell’autenticità e sulla trasmissione dall’uno all’altro per contagio parlo diffusamente nei miei libri ed articoli. Non penso che la comunicazione intellettuale e razionale di informazioni, idee, raccomandazioni o consigli porti ad una grande possibilità di crescita e ispirazione reciproca, né tantomeno a una vicinanza soddisfacente, credo invece che la vera forza trasformativa sia data dal contagio nel contatto diretto, con le parole di C. Naranjo: “il contagio della libertà, della spontaneità, della fede nella vita”.

L’autenticità è l’opposto della rappresentazione di sé e dell’apatia. L’essere autentico ha a che fare da un lato con la presenza e la partecipazione, dall’altro con la fiducia nel proprio organismo che sente, percepisce, intuisce e si auto-regola. Chi è autentico vive, si appassiona, rischia, ama, si arrabbia, si addolora; è disposto a penetrare in tutto ciò che sente, compreso i passaggi dolorosi, per fiducia nella propria realtà interna organismica.

È un concetto risaputo che i figli apprendono da ciò che i genitori fanno più che da quanto dicono, così come gli allievi e i pazienti imparano dai comportamenti dei loro maestri più che da mille parole, teorie, discorsi; anche nelle relazioni di coppia, fra amanti, amici o colleghi i comportamenti degli uni influenzano fortemente quello degli altri, mentre gli insegnamenti impartiti teoricamente rimangono sospesi nell’aria, senza vitalità, destinati spesso a diventare lettera morta.

Ognuno di noi, nella propria vita relazionale, dispone di un enorme potenziale innovativo e trasformativo e ha di fronte a sé una scelta importante: può decidere di rischiare e portare nuovi stimoli per arricchire la storia comune, trascinando anche l’altro a esporsi e essere creativo a sua volta; oppure può restare immobile, barricato sulle proprie posizioni, cercando di inculcarle nell’altro nella pretenziosa attesa di improbabili risultati. Il colore affettivo dell’esperienza relazionale diventa così elemento fondante su cui si basa ogni apprendimento, laddove il valore del linguaggio è dato più da ciò che fa risuonare nell’altro che dal significato specifico delle parole, e le parole stesse acquistano senso solo se inserite in un contesto.

Nonostante questi concetti siano noti e condivisi da tanti, l’insegnamento è  ancora e sempre basato sul “saper fare” più che sul “saper essere” così come la comunicazione e la trasmissione del pensiero avviene più per disquisizioni ideologiche che per esperienza attiva. Questo porta le persone a irrigidirsi sui propri convincimenti e preconcetti e accanirsi per avere ragione, più che ad assumere atteggiamenti flessibili e di apertura al nuovo, perché essenzialmente rimane insoddisfatto il grande bisogno umano di contatto, ascolto e comprensione empatica. Probabilmente è solo dopo molta esperienza che si diventa più saggi e si può comprendere appieno l’efficacia di agire per trasmissione di coscienza, piuttosto che attraverso tecniche, regole, prescrizioni e manipolazioni.

Per presentarmi autenticamente e lasciarmi vedere così come sono nella mia fragilità, originalità, bellezza e incoerenza non devo aver troppa paura di perdere l’altro né di perdere la faccia; se sono libero da questi timori, se sono trasparente e mi faccio vedere per quello che sono, con i miei limiti e peculiarità, facilmente indurrò l’altro, partner, figlio, amico, cliente a camminare sulla stessa strada e accogliere se stesso nella propria umanità.

È affascinante vivere proiettati verso la libertà e il benessere e lo è ancor di più stimolare gli altri verso questa direzione, ma per farlo è necessario aver acquisito diversi competenze quali capacità empatica, di attenzione, interesse, immaginazione, intuizione, sensibilità e saperli maneggiare con perizia. Devo imparare ad ascoltare senza perdermi nell’altro, vedere il mondo dal suo punto di vista senza che questo offuschi la mia visione delle cose, partecipare intensamente alla relazione senza rimanere agganciata al gioco relazionale di compiacere l’altro, perdendo la mia volontà e individualità; devo poter trasmettere con tutta la fora d’animo di cui sono capace una visione più ampia, usando immaginazione, logica, saggezza, esperienza e ovvietà, grande risorsa tante volte così bistrattata.

Le relazioni sono evolutive e mirano al benessere se hanno un carattere etico, cioè se aspirano alla ricerca del “buono” più che del “giusto” e alla riscoperta del “valore”. Ritrovare il senso del valore è essenziale per muoversi, nel susseguirsi degli avvenimenti della vita, ritrovando ogni volta il proprio equilibrio e mantenendo la voglia di vivere nonostante tutti i problemi e  volte gli enormi intoppi che lungo la via si incontrano. Il benessere si basa sull’autoregolazione organismica e confida nella saggezza del corpo, il solo che può dare indicazioni personalizzate, non essendovi una scelta giusta in assoluto per tutti. A questo punto compito del counsellor, del maestro, del genitore, ma anche a volte del partner o dell’amico, non è semplicemente quello di aiutare a risolvere un conflitto, ma entrare nella vita della persona per accompagnarla nella ricerca del senso dell’esistenza, del legame fra gli eventi, della rilettura della propria storia; per questo è essenziale che la formazione sia diretta, non tanto sulla quantità del sapere, quanto sulla capacità di riflessione e sull’evoluzione personale.

Come orientarsi nella ricerca del benessere? Il piacere è un buon indicatore della strada verso il se stessi e il proprio personale bene-essere, non tanto per il valore del piacere in sé, ma come indicazione verso una meta più grande: autenticità, libertà, espressione degli impulsi. Questo è un aspetto spirituale non tanto esplicitato in gestalt, ma altresì molto deciso e intenso: un messaggio che tende verso uno stato in cui semplicemente esistiamo, in cui la mente e i desideri tacciono e abbiamo accesso a un contatto con la profondità dell’essere.

Difficilmente nella nostra vita, infanzia, adolescenza, giovinezza, età adulta, abbiamo avuto la possibilità di procedere secondo i nostri tempi e bisogni interni. Ci chiediamo: cosa ne è stato dei nostri bisogni e impulsi nei momenti cruciali della vita? Li abbiamo tenuti in considerazione o siamo andati avanti come robot più attenti alle pressioni dell’ambiente che a noi stessi? È interessante scoprire quanto in passato siamo riusciti ad essere fedeli a noi stessi o ci siamo forzati e facendolo ci siamo persi. Siamo pieni di “Doverismi” che abbiamo confuso e confondiamo con necessità reali e così non sappiamo più come muoverci. Perdiamo direzione ed obiettivi ma ce ne accorgiamo soltanto quando siamo immersi nello sconforto, nell’immobilità e nella solitudine. In realtà ogni cammino di realizzazione è costellato da momenti di blocco ma è essenziale essere consapevoli di quando abbandoniamo noi stessi per riprenderci in mano e risalire la china.