Il problema delle dipendenze

Dott.ssa Margherita Biavati

Il problema delle dipendenze, di qualsiasi natura siano, cibo, droga, alcool, farmaci, gioco d’azzardo, amore, ha origine nell’inadeguatezza relazionale del sistema-famiglia: mancanza d’amore, freddezza, finzioni, incongruenze, rapporti invasivi, abusi di potere, violenza. Tali situazioni morbose, fonti di gravi disturbi emotivi, portano paradossalmente i membri di una famiglia ad un ostinato bisogno di aggregazione e all’incapacità di separazione. Il danno maggiore dello stare insieme a ogni costo è che lo si attua a scapito di uno dei membri, il più fragile, spinto a sacrificarsi ammalandosi, per nascondere la difficile realtà esistente e dare al nucleo un motivo di unione, di interesse comune: occuparsi di lui e «curarlo». Egli carica su di sé la responsabilità della coesione familiare e attua ogni strategia possibile per il perdurare dell’insieme, sino quasi a morirne. Questa è la storia comune a tossicodipendenti, bulimici, anoressici, alcolisti e tantissime altre persone che soffrono delle più svariate sintomatologie fisiche e mentali.

Perciò, nonostante le dipendenze siano molto diverse fra loro, le persone «dipendenti» hanno vari tratti caratteriali ed emotivi simili quali l’inaffidabilità, l’impulsività, la difficoltà a essere consapevoli di sé, del contatto con gli altri, l’umore mutevole, la sensazioni di vuoto, di solitudine, di impotenza, la continua fuga dalla realtà… Frequentemente persone con dipendenze alimentari, relazionali e amorose decidono di intraprendere percorsi terapeutici individuali, mentre alcolisti e tossicodipendenti optano per le comunità terapeutiche che hanno il merito di allontanarli dall’ambiente generatore del sintomo; è più complicato invece per i «giocatori d’azzardo» mettersi in discussione intrappolati come sono nell’alternanza delle crisi economiche. L’universo relazionale della famiglia che genera nell’uomo problemi legati alla droga, all’alcool, al sesso, al gioco, induce invece più facilmente nella donna disturbi di tipo alimentare, a causa della massiccia dose di messaggi contraddittori che il mondo femminile riceve rispetto all’immagine corporea.

È ormai consuetudine, per persone con gravi disturbi alimentari rivolgersi, almeno nei primi angosciosi momenti, alla terapia di famiglia che, focalizzando l’attenzione sulle ambiguità e sulle distorsioni comunicative fra i singoli membri, agevola la modificazione dei ruoli all’interno del nucleo. Superato l’apice della crisi, la richiesta si sposta verso la terapia individuale, per collegare i disagi legati al cibo e alle altre sindromi connesse, alle questioni irrisolte del passato e del presente. Spesso persone che soffrono di dipendenze alimentari entrano in terapia per risolvere le proprie difficoltà in campo relazionale e solo in un secondo momento riescono a focalizzare sulla tematica alimentare.
Vi sono sindromi ossessive legate ai disturbi alimentari:

  • L’idea di avere un corpo perfetto e le azioni convulse rivolte al raggiungimento di questa meta:vomito, purganti, pratica sportiva.
  • L’incapacità a percepirsi: alcune persone sembrano non avere occhi per vedersi né esteriormente né interiormente, da cui nasce il grande bisogno di essere approvati e confermati dagli altri.
  • L’ambivalenza fra l’essere nelle regole e la ribellione ad esse.
  • Il conflitto fra cedere al piacere del cibo, soffrendo il successivo disgusto per se stessi, o essere più forti del piacere e sentirsi vincenti.
  • Il senso di colpa per non essere mai all’altezza dei propri ideali.
  • L’energia sprecata sul mangiare o sul non mangiare e non indirizzata al raggiungimento dei reali bisogni.
  • La sessualità vissuta a volte con eccessivo controllo, a volte per riempire dei vuoti, con la conseguente difficoltà a provare piacere.

Vi sono modalità relazionali con toni e sfumature diverse in famiglie che generano problematiche anoressiche da quelle che inducono problematiche bulimiche. Nelle prime vi è mancanza di contatto corporeo, gelo, controllo reciproco, disfunzionalità dei ruoli; nelle seconde vi è un eccessivo contatto corporeo, invasione di campo, ambiguità sulle tematiche del piacere e del sesso. Nella relazione madre-figlio il livello di congruenza fra i bisogni e le risposte è l’elemento primario da cui dipende l’eventuale comparsa di disagi relazionali e problemi di dipendenza. Il bambino, che percepisce le risposte materne come segnali della propria capacità e del proprio valore personale, sviluppa maggiore o minore senso di fiducia in se stesso. La famiglia anoressica non è congruente poiché la risposta ai bisogni è assente e la vicinanza fisica non sufficiente a creare calore. La famiglia bulimica non è congruente poiché la risposta è eccessiva, asfissiante e ambigua, i genitori sprecano energie per fare cose non gradite e il bambino rimane disatteso nelle sue richieste, frustrato nei suoi bisogni, confuso e impotente. Spesso le situazioni non sono chiare e definite e una paziente bulimica può trovarsi a vivere periodi anoressici e viceversa. Una paziente ricordava che da bambina l’unica modalità per avere l’attenzione della madre era non mangiare e, diventando adulta, continuò per lungo tempo a cercare di influire sugli altri con la stessa strategia. Una problematica ricorrente e angosciosa in chi soffre di disturbi alimentari è l’incapacità di avvertire il senso della fame e della sazietà; spesso queste sensazioni sono addirittura sconosciute, per cui le persone si ritrovano a non sapere quando mangiare, cosa mangiare e quando smettere. Affrontare queste delicate tematiche può essere molto utile per risvegliare il senso naturale della fame e del piacere del cibo, sia in chi anziché mangiare ingurgita, sia in chi gode nel tenerlo a distanza.

Gli obiettivi basilari di un percorso terapeutico sono:

  • Ricostruire il significato della forza e della rabbia affinché la persona smetta di riversarla sul cibo e diriga le proprie energie verso obiettivi reali;
  • Liberarsi del senso di impotenza iniziando ad agire nella realtà in modo attivo ed efficace;
  • Ritrovare il piacere del cibo ma più in generale riscoprire la capacità di provare piacere nei vari settori della vita e riconosere i propri impulsi e desideri spontanei;
  • Sentire di esistere non più attraverso il «controllo» di sé e degli altri, ma per la percezione della propria forza e del proprio valore.

La tematica del controllo è interessante da affrontare a livello terapeutico perché dà vita a situazioni transferali in cui il terapeuta deve gestire le proprie sensazioni di impotenza per essere senza sosta vagliato e soppesato da una persona che da un lato non riesce ad affidarsi e lo sfida, dall’altro gli chiede aiuto e vicinanza. Durante la terapia emerge in genere l’esigenza di staccarsi dal luogo in cui il disagio è nato per recuperare la volontà di agire in funzione dei propri bisogni, senza doversi costantemente confrontare con la pressione ambientale. L’allontanamento dal nucleo d’origine si rivela una forte spinta evolutiva anche per gli altri componenti della famiglia i quali, non potendo più sfuggire ai veri problemi scaricandoli sul più debole, sono costretti a fare i conti con se stessi, a prendere coscienza della propria co-dipendenza e a cercare altre strade verso la propria realizzazione.

Esperienza (da soli, in coppia o in piccoli gruppi)
L’esperienza proposta è una traccia perché ognuno diventi più consapevole e possa ripensare alla propria esperienza legata al cibo anche se ha la sensazione o l’illusione che non vi sia mai stato nulla di strano o patologico nella propria famiglia. Inizialmente ognuno racconta o scrive sull’esperienza cibo nella famiglia d’origine, dall’infanzia all’adolescenza, focalizzando sui comportamenti dei singoli membri. Lasciate emergere ricordi: quale è stata la funzione avuta dal cibo oltre al nutrire? Esaminate il tema del controllo, del potere, della sessualità, del creare alleanze, condizionare, umiliare, invadere, abusare, offrire o negare il piacere. Poi parlate delle abitudini alimentari ora e dei nessi col passato: del cibo come elemento di piacere e sostitutivo di qualcos’altro; il controllo della fame come elemento di potere; la consapevolezza o meno dei propri desideri e bisogni al di là del cibo; l’obesità come protezione da qualcuno o da qualcosa; la relazione fra il cibo l’aggressività e la sessualità; il problema dell’immagine e la differenza fra il percepirsi e l’essere visti dagli altri.

Rispondete a queste domande: avverti la sensazione della fame? Sai quando sei sazio? Il mangiare ti dà piacere? Ti lasci il tempo per assaporare? Cosa senti nel corpo dopo che hai mangiato? Riconoscere la sensazione della fame e della sazietà è un traguardo significativo non solo per chi soffre di disturbi alimentari, ma per tutti noi che, travolti dai ritmi frenetici, stiamo perdendo la capacità di trattarci bene e godere dei piaceri più semplici.