Gestalt e Teatroterapia

Dott.ssa Margherita Biavati

Ogni bambino è un artista, il problema è come rimanere artisti una volta cresciuti. Picasso

Da bambini agivamo una “spontaneità primaria” che non aveva bisogno di nessun apprendimento in cui la comunicazione arrivava immediata; da adulti quella spontaneità è spesso perduta e la meta possibile è una “spontaneità secondaria” basata sull’unione fra tecnica, autenticità e capacità di contatto. Immagino a rappresentarla un violinista che a poco a poco rapisce il pubblico con le sue note, oppure un incontro counsellor-cliente dove l’intensità della relazione diventa trasformatrice, o due attori che improvvisano e, per creare fra loro una reale connessione, devono dimenticare la tecnica dopo averla appresa.

Il teatro rappresenta la prima forma di terapia sperimentata dall’uomo fin dai tempi più remoti, poiché offre la possibilità di ampliare gli orizzonti, attivando risorse ed energie precedentemente bloccate. Il suo potere terapeutico sta nell’imparare a empatizzare, a mettersi nei panni dei propri personaggi interni e dei personaggi “altro” da sé che nella vita si incontrano. Immedesimarsi nei propri ed altrui personaggi per metterli in scena significa essere disposti a conoscere e accettare se stessi così come si è, con una disposizione interiore proiettata al cambiamento e alla rimozione delle vecchie e consolidate abitudini.

L’improvvisazione teatrale consiste nel mantenersi disponibili creativamente: gli attori sulla scena sono in contatto fra loro e con gli spettatori e la trasformazione deriva da un’azione che cambia l’emozione dell’altro e il suo agire. Se gli attori hanno bisogno di accettare l’altro e offrire dipendenza, non creano nulla; se invece pur accorgendosi gli uni degli altri rimangono centrati sulle proprie tendenze e intenzioni, i loro contatti continueranno a trasmettere tensione, a essere energetici e vitali. Creare trasformazione è un atto basato sull’accettazione delle differenze e del conflitto, verso una prospettiva più ampia: proporre quello che desidero, essere in ascolto di ciò che desidera l’altro, per trovare un qualcosa che contenga entrambi.

Nelle sessioni di Teatro Terapia, il tcounsellor inizialmente sostiene il cliente/attore sulla scena per aiutarlo a superare il senso di vuoto, confermandolo nel suo agire, osservando la comunicazione a tutti i livelli dell’esperienza: sensoriale, corporea, emozionale, verbale, cogliendo i momenti in cui stimolare senza bloccare l’azione in atto, per poi ritirarsi quando il flusso energetico diventa forte e auto trascinante. L’atteggiamento partecipe e allo stesso tempo neutrale -assenza di giudizio- del counsellor, stimola il cliente a mettersi in gioco, a immergersi nel non conosciuto dei vari personaggi fino a provocare l’abbandono degli automatismi e l’aggancio a modalità inesplorate il cui proseguo si sviluppa nell’esperienza.  L’addestramento a esprimersi e svelare se stessi, mostrando la complessità della propria anima produce, ripagando lo sforzo, una sensazione di forza, coraggio e volontà nell’affrontare l’ignoto e il cambiamento.

Così funziona anche in seduta: il counsellor può portare trasformazione se, pur essendo in sintonia con l’altro, non si lascia trascinare dai suoi bisogni, ma mantiene un punto di vista prospettico, centrato sulle intenzioni. Se diventa “troppo accondiscendente e confluente” non sfiorerà l’anima dell’altro che rimarrà piantato sulle sue convinzioni e nel suo malessere, se invece, anche attraverso interventi paradossali, riuscirà a scalfire la sua compattezza cognitivo – emozionale, una nuova consapevolezza potrà nascere nel suo mondo interno. La capacità di essere creativi è ciò che si tenta di recuperare durante un processo di counselling ed è l’espressione del più alto grado di salute emozionale; il counsellor non può prevedere la natura delle forme creative e delle scelte che emergeranno, ma può lottare assieme al cliente per trovare assieme nuovi significati. Una buona traccia sono i desideri istintivi del bambino che evolvendo si convertono sino a divenire le grandi passioni della vita, lasciando sempre traccia del loro originario profumo.

Queste decisioni, che danno valore e senso alla vita, richiedono la capacità di usare il corpo in modo nuovo, sviluppando una sensibilità che permetta di pensare con il corpo, valorizzare l’empatia verso gli altri e l’espressione di sé come fonte di piacere e orgoglio. Se le persone fossero guidate e instradate fin da giovani a tutto questo, imparerebbero a vivere ed entrare nello sconosciuto con il coraggio necessario per l’asserzione di se stessi e per fare scelte responsabili. 

La gestalt insegnata da Fritz Perls ha un grandissimo potenziale di trasformazione e richiama particolarmente il metodo di formazione teatrale di Stanislavskj; in effetti in un lavoro gestaltico non ci si sente mai completamente fuori dal teatro, né come cliente né come consellor, sia in seduta individuale come in un gruppo. Lo studio della personalità e del carattere attraverso l’Enneagramma e la sua applicazione nella pratica terapeutica ha sicuramente amplificato questa tendenza e sensibilità.  L’immedesimazione nei vari personaggi non è fatta solo dal cliente ma anche dal counsellor che, restando attento anche alle proprie reazioni, entra con l’immaginazione nei personaggi per scoprire qualcosa di nuovo. Per esempio: ogni emozione ha una sua “faccia”, seppur diversa da persona a persona, e se l’espressione adottata dal cliente non corrisponde a quanto sta dicendo, mi trovo a fare da specchio e a drammatizzare quello che l’altro sta sentendo e non esprimendo, centrando l’attenzione sull’esperienza interna più che sulle parole.

Uno dei primi lavori con il teatro che propongo nei gruppi è di dividersi in coppie e raccontarsi reciprocamente i propri comportamenti ripetitivi e l’obiettivo di cambiamento. Dopodiché ognuno presenta, drammatizzando, il proprio partner agli altri, evidenziandone le caratteristiche peculiari; poi crea il personaggio con le qualità insite nell’obiettivo di cambiamento. E’ interessante per le persone vedersi con gli occhi di un altro, sia per scoprire qualcosa di nuovo di sé, sia per entrare in un processo di accettazione ed auto-ironia, importante per ogni trasformazione. Si elabora a livello terapeutico chiedendo poi alla persona se si è sentita vista, compresa, sorpresa…

Quando lavoro con l’Enneagramma propongo attività più articolate: gruppi di due o tre persone scrivono un copione che altri rappresenteranno in cui vi è descritto l’inizio di una storia, i protagonisti e un conflitto fra loro. Il lavoro si svolge in tre momenti successivi: inizialmente gli attori improvvisando, sviluppano la storia, danno forma ai personaggi, elaborano il conflitto e co-costruiscono un finale; l’azione, anche se particolarmente intensa perchè stimolata dalla conflittualità e dalla ricerca della soluzione, rispecchia le fissità caratteriali di ognuno e giunge spesso a finali prevedibili, privi di realismo nel complesso insoddisfacenti. Poi vi è il momento di elaborazione terapeutica in cui lavoro singolarmente con i singoli pazienti/attori; la storia è come sospesa e il mio tipo di intervento è paradossale e provocatorio in quanto mira a far entrare ognuno in contatto vivo con il proprio automatismo; improvvisando assieme è più facile per il cliente/attore concedersi la libertà di entrare nell’assurdo, cogliere scenari e personaggi inauditi che aiutano ad entrare in profondità nei propri blocchi e lati oscuri e portano al desiderio di “rivoltare il calzino”, abbandonare il conosciuto per assaporare nuove emozioni e aspirazioni. Infine gli attori ripetono la scena forti di una rinnovata energia e lucidità che li fa agire e interagire con nuovi comportamenti e nuove sfumature emotive e li stimola a creare una storia che li riconduce a se stessi e a qualcosa di eticamente migliore e più soddisfacente. Ed in effetti a questo tende ogni percorso creativo e di crescita personale: a divenire degli esseri umani migliori.