Il teatro come incontro

Igor Reggiani

Psicodramma è recupero della spontaneità che significa rispondere alle proprie spinte interne in equilibrio con le esigenze dell’ambiente.

Nel nostro modo di fare counselling il teatro ci permette di attivare e rappresentare nello spazio scenico dinamiche interne altrimenti difficili da decifrare. Il teatro serve a svelare: la persona entra in scena pensando di “recitare” il personaggio e si ritrova a personificare se stessa, a mettere in atto le proprie dinamiche relazionali che conosce solo in parte e delle quali spesso, nella vita, non ha potuto misurare gli effetti. L’uso del corpo è un linguaggio non verbale che consente di portare in superficie ed esprimere più nettamente il vissuto emotivo attraverso l’azione, la voce, la parola. Il palcoscenico è metafora del “palcoscenico interiore” abitato da personaggi che discutono, litigano, si nascondono alla vista, chiamati a prendere forma.

Proverò a descrivere il processo che avviene in questa integrazione tra tecniche teatrali e gestaltiche. Normalmente in ogni incontro c’è una fase di attivazione corporea. L’attenzione al corpo che ogni partecipante è invitato ad avere durante gli esercizi permette di sperimentare un fenomeno importante, cioè il fatto che la nostra quotidianità è popolata di reazioni automatiche: piccoli movimenti, gesti, modi di fare, intonazioni della voce, di cui spesso non ci rendiamo nemmeno conto. Alcune di esse sono talmente familiari da far parte della nostra identità, al punto che ci caratterizziamo attraverso di loro.

Usando la metafora teatrale, potremmo definire maschere queste espressioni automatiche del corpo, una serie di personaggi che abbiamo cominciato a interpretare molto presto e che ora facciamo fatica ad abbandonare. Se, per esempio, abbiamo appreso sin da piccoli a sorridere sornioni per evitare di prendere una sgridata, è ovvio che sotto pressione riproporremo anche da adulti lo stesso canovaccio. Di per sé questo non ha una valenza positiva o negativa: la Natura tende a semplificare e a farci risparmiare tempo ed energia. Ma se un fenomeno umano si ripete vuol dire che ha uno scopo che, nel caso degli automatismi, è di solito l’auto-protezione o l’ottenimento di un potere maggiore. Nel caso del sorriso evitante, se diventa una maschera per ogni occasione difficile, il rischio è non riuscire più a vivere le situazioni importanti anche se difficili della vita di tensione, di rabbia, di dolore, facendoci perdere momenti essenziali. Le maschere sono innumerevoli e differenti a seconda delle persone e delle circostanze. Può essere l’aggrottare il sopracciglio mentre una persona parla o distogliere lo sguardo da una conversazione per controllare il telefono. Mentre il teatro ci aiuta a vedere questi automatismi, la gestalt ci dà gli strumenti per approfondirli, partendo dal sentire emotivo di quella persona nel qui e ora.

L’educazione che riceviamo all’interno della nostra cultura è da un lato una risorsa indispensabile per la nostra sopravvivenza nella complessa società umana, ma dall’altro può generare blocchi e difficoltà per la piena realizzazione personale. Per aderire al modello che ci viene trasmesso o imposto, rinunciamo alla nostra vera essenza. La base del lavoro di Moreno con lo psicodramma è il recupero della spontaneità, cioè apprendere come rispondere in modo equilibrato alle esigenze dell’ambiente e alle proprie spinte interne. Questa spontaneità, tuttavia, va gestita, poiché il rischio è di passare al lato opposto del fiume: da una reattività passiva, controllata e repressa a un’attività egoistica, caotica e potenzialmente dannosa per l’altro. Un’azione è, quindi, spontaneamente sana, se tiene conto di tutte le dimensioni del campo in cui avviene, ovvero se contiene al suo interno l’empatia, la capacità di sentire me, l’altro e l’ambiente circostante. Per fare un esempio, accade nel gruppo che un partecipante, abituato a non esprimere in maniera efficace la sua rabbia, immaginiamo che la reprima e cada in un silenzio rancoroso, si senta finalmente libero di farla uscire senza filtri, arrivando a essere violento con un altro partecipante. Da un punto di vista superficiale si potrebbe definire un’azione spontanea, ma si tratta solamente di una prevaricazione: in questo senso, il bisogno a cui fa riferimento è solamente narcisistico, poiché non tiene conto degli effetti del suo agire. Moreno stesso, dopo le prime esperienze, si rese conto del rischio e sottolineò che imparare ad agire con spontaneità, significava non svalutare la responsabilità; nel teatro e nella gestalt l’obiettivo è lo stesso: cerchiamo un’azione non per lasciar agire l’emozione in maniera indiscriminata, ma per esprimerla in modo efficace. Questo stato di allineamento tra pensiero, emozione e movimento corporeo, in connessione con il mondo esterno, è quello che chiamiamo autenticità, cioè il nostro essere noi stessi, originali.

Abbiamo visto che possediamo un corredo di azioni automatiche, utili per la sopravvivenza e il riconoscimento sociale, che tuttavia può allontanarci dalla nostra essenza. Quale strada percorriamo, quindi, per giungere all’autenticità attraverso il teatro? Il nostro intervento trova ispirazione nel lavoro di Jerzy Grotowski, il regista polacco che portò all’estremo la concezione “povera” del teatro, nella consapevolezza che quel che doveva fare l’attore era prima di tutto eliminare dal suo corpo ogni automatismo. Nel suo metodo, l’allenamento fisico dell’attore va di pari passo con il lavoro di attenzione su di sé, per eliminare i segni del carattere e delle abitudini, per coltivare innanzitutto il suo essere umano e, solo in un secondo momento, diventare un professionista della scena pienamente ricettivo. Nel lavoro di teatro gestaltico questo si declina prima di tutto con il riconoscimento delle reazioni incontrollate, per accettarle e integrarle, dando loro uno spazio, non lasciandole spadroneggiare, ma per attenuarne la portata e conoscere altre istanze più appaganti. Non doverci occupare dei nostri personaggi interni, ci apre altre possibilità del corpo, del respiro, della voce, ci porta a sperimentare nuovi ruoli rispetto al solito: in sostanza a sperimentare la nostra creatività.

Finora abbiamo approfondito il contributo dato dalle tecniche teatrali, ma non dobbiamo dimenticare che il nostro è un gruppo di teatro terapia. Non ci interessa alcun prodotto da mettere in scena per nessun pubblico: siamo noi la drammaturgia, gli attori, la scenografia, il pubblico. Quel che più affascina dell’approccio gestaltico è che richiede sempre la com-partecipazione emotiva per essere efficace: il counsellor non è semplicemente un osservatore esterno del processo, ma è immerso nello scambio con tutta la sua attenzione, sensibilità e umanità. Questo significa che per quanti strumenti si possano apprendere e utilizzare, il counselling è efficace essenzialmente se il counsellor è presente e consapevole di sé e dell’altro. E qui troviamo nuove connessioni con il teatro. Nella sua opera “Per un teatro povero” (1968), Grotowski dice: “Noi non lavoriamo come gli artisti o gli scienziati, ma piuttosto come il calzolaio che cerca nella scarpa il punto giusto dove conficcare il chiodo”. E quel punto è proprio la nostra ombra, la parte di noi che meno conosciamo e che con molta fatica deve essere recuperata con l’aiuto del conduttore-regista, poiché da esseri umani “i nostri sforzi costanti sono tesi a dissimulare la verità che ci riguarda, non solo di fronte al mondo, ma anche di fronte a noi stessi: ed ecco che qui, invece, siamo invitati a fermarci e analizzarci”. Il counsellor è una sorta di artigiano del contatto che lavora singolarmente con ogni partecipante, ma in un contesto di un gruppo. Questo aspetto va evidenziato, perché accade che scoperte personali importanti avvengano non mentre si è in scena, ma attraverso l’identificazione con vissuti di altri. Moreno scrive che “ogni persona può essere agente terapeutico per un altro essere umano”: questo per noi significa che tutti i partecipanti sono parte del processo creativo.

Un altro aspetto molto vivo nei nostri percorsi, reso possibile grazie all’interesse al processo più che al prodotto finale, è la centralità della persona. E’ fondamentale valorizzare ogni storia individuale, comune, quotidiana, per far luce sul punto di vista soggettivo e ancorare la consapevolezza corporea ed emotiva al presente. Per Moreno l’azione è portare in scena qualcosa che accade nella propria vita e che genera difficoltà (vorrei fare qualcosa di diverso ma non posso) per farla accadere veramente. Questo paradosso contiene il senso del lavoro di relazione con la mediazione del teatro: tutto quello che nella vita non abbiamo potuto esprimere liberamente, falsando le nostre reazioni, lo rendiamo ora possibile, ma solo attraverso un processo di contatto e definizione delle sensazioni del corpo, delle emozioni, delle immagini connesse e dell’azione, per poter finalmente agire con verità. Il palcoscenico del laboratorio diventa una terra di mezzo tra la realtà e il “come se”, un luogo di confine dove è più che mai importante prendersi sul serio e impegnarsi, esattamente come fanno i bambini nel gioco. La disponibilità a far cadere per un attimo la maschera, con la fiducia di incontrare l’altro, nasce dal messaggio che la nostra storia è degna di attenzione, rispetto, empatia, come indica E. Polster nella suggestiva intuizione del suo testo:“Ogni vita merita un romanzo”.

L’attenzione alle storie personali è, certamente, qualcosa che ci distingue dal teatro tout court, dove la drammaturgia è normalmente un prodotto esterno che viene integrato.  “Un insieme di attori tra cui non si sia stabilito il giusto contatto è come una stanza in cui gli arredi non sono in armonia, ciascuno dei quali avrà un suo valore e risponde a una precisa funzione, ma mancano un legame e una regola comuni”, dice Moreno. Come nello psicodramma, per noi lo scopo del lavoro non è la produzione di una performance, né l’esaltazione della bravura, ma la possibilità (mai data a priori, ma sempre costruita nel momento) di creare un incontro.

La necessità della presenza corporea al di là delle parole, la creazione di un territorio di fiducia in cui i reciproci confini si aprono per generare un’esperienza che è nuova e imprevedibile per tutti i partecipanti, ci fanno dire, con le parole di Grotowski, che “l’essenza del teatro è costituita da un incontro”: dell’attore con il suo mondo interno, con il regista, con il pubblico. Perché questo avvenga, bisogna arrendersi a quel che siamo e a quel che accade, prendendoci cura dell’altro e accettando che l’altro si prenda cura di noi.

Nel 1912 J. L. Moreno scrisse a S. Freud: “Io inizio da dove tu finisci. Tu incontri le persone nello scenario artificiale del tuo studio, mentre io le incontro per strada e nelle loro case. Tu analizzi i loro sogni, mentre io cerco di dare loro il coraggio di sognare ancora.”