Sviluppo affettivo dell’operatore

Dott.ssa Margherita Biavati

Pensando allo sviluppo affettivo del Counsellor vorrei porre l’accento sul concetto di “formazione continua” come fondamentale proseguimento del processo di formazione personale. Gli operatori della relazione d’aiuto, i terapeuti, i counsellor che nel loro percorso hanno acquisito la capacità di un reale ascolto empatico è perché hanno accettato di fare in prima persona introspezione per accorgersi di come funziona il proprio mondo interno, quali personaggi vi dimorano, e cosa vorrebbero cambiare di sé. Come esseri umani in continua trasformazione lo sviluppo affettivo si protrae indefinitamente.

In gestalt si chiede agli operatori di includere, nel tempo dedicato alla professione, il momento della supervisione per continuare a lavorare sulla propria salute emozionale e per darsi la possibilità di ampliare i confini della propria mente-anima. Alla base di questa concezione vi è il pensiero che nessun operatore è in grado di mettere in atto l’empatia e accompagnare un altro ad ascoltare le sue emozioni qualsiasi esse siano – dolore, paura, angoscia, amore, eros – senza aver prima preso contatto con i propri sentimenti e sperimentato come cliente il sollievo del sostegno e la fatica della resa, all’interno di una relazione terapeutica. La capacità di porsi come “allievo” fa parte della formazione di un counsellor non meno che la conoscenza della teoria, delle tecniche e della capacità di utilizzarle creativamente.

Come potrebbe un counsellor accompagnare una persona verso se stessa se non avesse fatto, a sua volta, questo difficile percorso? Avrebbe paura del dolore dell’altro, non saprebbe che le lacrime dei sentimenti smarriti e ritrovati non sono da temere ma da accogliere perché consolatorie e fonte di energia. E’ fondamentale che l’operatore possa far nascere nel proprio corpo nuovi “schemi affettivi corporei” in grado di intraprendere un movimento di reciprocità per saper ascoltare e reagire all’altro, come in una serie di passi di danza. Se per un suo nutrimento narcisistico egli si ritenesse “arrivato”, non potrebbe rendersi conto delle proprie difficoltà nel reagire adeguatamente agli stimoli, o nel riuscire a vedere il mondo dal punto di vista dell’altro, non saprebbe come andare oltre al disagio o al senso di frustrazione e persisterebbe in relazioni terapeutiche sterili per entrambi. Fondamentale, per restare terapeuti, è mantenersi pazienti.

La reciprocità è un’esperienza fondamentale nella vita di ciascuno; se le persone fossero guidate fin da giovani, a vivere contatti arricchenti e di scambio, avrebbero meno timore nel fare scelte responsabili e nell’instaurare relazioni significative. Nell’infanzia abbiamo avuto relazioni, dove questi concetti del fluire benevolo di dare e ricevere, non erano molto presenti e di conseguenza siamo analfabeti in tal senso; chi ha voluto invertire la rotta ha dovuto imparare. Neppure ascoltare empaticamente i nostri figli ci viene spontaneo, non è nel nostro DNA, non è qualcosa che abbiamo appreso; chi vuole farlo deve imparare. Queste difficoltà relazionali coinvolgono la maggior parte di noi che abbiamo vissuto in sistemi familiari e sociali dove le regole erano più importanti delle persone e del loro sentire. Ciò che per noi ora è una meta difficile ma chiara, quella di farci guidare nelle scelte dal nostro sentire corporeo e dall’autoregolazione organismica, allora non era neppure immaginata. E’ stata una cultura educativa che ha penalizzato la forza in noi stessi, il coraggio di cambiare e la nostra creatività, così anziché essere autentici ostentiamo, anche nelle relazioni intime come in quella terapeutica, una forza di facciata che, se a un certo punto non crolla, crea infinite difficoltà.

Chi ha avuto un buon percorso di crescita personale, formativo e terapeutico, non solo ha riconosciuto la grandezza e la magia dell’ascolto ma ha fatto esperienza di quanto sia importante di tanto in tanto nella vita potersi “affidare”; non per ricevere ora ciò che non si è ricevuto in passato, cosa peraltro impossibile, ma per tenere viva internamente la speranza e la fiducia nella realtà dell’aiuto fra esseri umani, perché è nella realtà, qualsiasi essa sia, che risiede la forza.  Come Counsellor io posso creare un luogo d’ascolto basato sulla reciprocità e sull’autorevolezza, più che sull’autorità, se io stessa nel mio percorso terapeutico, ho fatto esperienza di affidamento; posso cercarlo ancora se ne sento la necessità, qualsiasi età ed esperienza professionale io abbia. Pensare di avere nella vita un retroterra fatto di persone che con il loro affetto e la loro benevolenza ci sostengono, aiuta ad andare avanti con coraggio, a rischiare cambiamenti di vita anche sostanziali; ma se non ci permettiamo di sperimentare tutto questo e cerchiamo sempre di compensare i lati deboli con l’egocentrismo, nessuno sviluppo affettivo potrà mai avvenire in modo duraturo.

Il concetto di egocentrismo poi ha varie sfumature e non vorrei sminuire l’importanza di essere ego-centrati; anche in un’azione cosiddetta altruistica siamo centrati su noi stessi perché il fare piacere agli altri provoca piacere a noi; come dicono i buddisti, non vi è azione umana che non parta dal bisogno profondo di chi la compie. Quello che l’empatia ci suggerisce come salutare è fare azioni buone per me e anche per l’altro, che vadano simultaneamente verso il mio e l’altrui benessere e soddisfazione, creando solidarietà, connessioni, contatti. Se m’irrigidisco e boriosamente penso di non aver più bisogno per me stessa perché ho già avuto… allora esco dall’esperienza comunicativa, non faccio più bene il mio lavoro e mi ammalo. E’ un po’ il nostro tallone d’Achille, il punto debole della nostra professione: “Sto bene o dò a vedere che sto bene?” Ognuno ha un suo modo; il mio inciampo è il sorriso: con il sorriso io frego tutti e annuncio al mondo che sto bene, poi dentro di me a volte mi accorgo dei veri sentimenti che circolano, ma a volte ci casco e continuo a raccontarmi inutili frottole.

Vi invito a rendervi conto del bisogno che avete e ad agire di conseguenza: fermatevi, ascoltatevi ed entrate nel concetto di “formazione continua”. Ve lo dico col cuore: nel momento in cui sorridete fuori ma dentro no, se non vi sentite in grado di aiutarvi da soli, chiedete aiuto; vi accorgerete che anche i vostri utenti, clienti, pazienti vi saranno grati. L’ultima volta ho fatto un semplice gesto di autenticità e ho detto a una mia paziente “Mi sa che dovrò prendermi un po’ di riposo” la sua reazione è stata quella di dirmi: “Grazie perché così io ti vedo un po’ più piccola e mi riempi il cuore di tenerezza”.