Scrittura creativa

Dott. Massimiliano Sarti

Una volta un regista di teatro mi disse: “Poesia è quando strappi un pezzo di carta e scrivi qualcosa per te stesso”. Il senso era farmi riflettere su quanto noi vogliamo mostrarci agli altri e assicurarci il loro assenso mentre la poesia, la libera espressione di sé, nasce da qualcosa di completamente diverso, dal desiderio dell’anima di donarsi e mostrarsi nella sua verità per quanto folle o astrusa essa sia. Questi fantomatici “altri” che condizionano la nostra capacità di restare in contatto con noi stessi, non sono tanto le persone che ci stanno attorno, quanto piuttosto i giudizi che noi abbiamo dentro e che anticipiamo in loro. Da questa anticipazione nasce il bisogno di preservare un’immagine di noi fissa, coerente, che ci permetta di ottenere approvazione e di non doverci mai sentire sminuiti, aggrediti o rifiutati. Quei temuti giudizi non sono altro che i nostri censori interni e le nostre autocritiche.

Come sarebbe, allora, se per una volta dessimo a noi stessi la possibilità di esprimerci liberamente, senza filtri, censure, giudizi e correzioni? Che effetto avrebbe su di noi percepire la libertà di “essere” in un flusso creativo imprevedibile? Un ambiente protetto, accogliente e non giudicante è la base per lasciare andare più facilmente le paure che frenano e non preoccuparci troppo del giudizio dagli altri. Nulla poi vieta, in un secondo momento, di raccogliere il materiale della nostra esperienza, in una forma narrativa curata.

La scrittura creativa si compone di due fattori principali: la forma narrativa e l’esperienza immaginativa di chi scrive. Per quanto riguarda la forma narrativa ci sono diverse conoscenze che si possono approfondire su come costruire una trama, impostare i dialoghi, creare i personaggi, scrivere una poesia, usare le rime, i versi, le metafore, ecc.. Tutto questo lo si può apprendere studiando, mentre il processo immaginativo non lo si impara studiando. Poche persone sanno immaginare e, anche quando lo fanno, spesso è per puro caso e nemmeno sanno che lo stanno facendo. Che cosa significa immaginare? Immaginare significa “vedere” qualcosa restando in contatto con ciò che si sta sentendo. Per esempio, un sogno o un ricordo pensato solo con la mente è un’immagine fredda che resta nella mente, lo stesso sogno o ricordo rivissuto nel qui e ora crea uno stato d’essere che ci cattura con tutto il corpo, è caldo, vivo, presente, e non importa quanto sia reale oggettivamente, anche perché non esiste quel tipo di realtà, è reale il processo, la metamorfosi, l’energia emotiva che si sprigiona. Il punto è che con la mente noi riusciamo sempre a fare il passo più lungo della gamba. Attraverso di essa pensiamo a quello che non abbiamo senza sentire quello abbiamo, pensiamo a quello che vorremmo essere senza sentire quello che siamo, continuiamo a costruirci una vita fittizia. Immaginare significa dare spazio a delle reali possibilità di vita, reali in quanto connesse a quello che sentiamo.

Scrivere significa entrare in un processo di trasformazione, un processo in cui prendono forma e voce le diverse parti di noi, soprattutto quelle che di solito restano in ombra, che non vogliamo vedere. Entrare in un processo creativo significa liberare l’anima, la pancia, il cuore, la mente e lasciare che l’energia trattenuta ci porti dove vuole, lasciare che il corpo trovi la sua strada per stare in quello che c’è e rigenerarsi. Tuttavia, entrare in un processo creativo non è così semplice come potremmo pensare, poiché una parte di noi vuole controllare l’esperienza. Tra noi e il mondo c’è una sorta di barriera fatta di giudizi, di conclusioni e fissazioni mentali, attraverso cui noi selezioniamo cosa sentire e cosa no. Questa barriera è come un muscolo rigido, un muscolo che possiamo imparare ad allentare. Possiamo rassicurare noi stessi dicendoci che va benissimo vivere anche senza avere tutto sotto controllo, che possiamo sentire senza morirne. Quando questo muscolo si allenta, noi possiamo finalmente scrivere la verità, che è sempre una danza creativa e mai una conclusione sulla vita.

Per un artista la questione decisiva sta nell’imparare a non mentire. L’arte dello scrivere è l’arte dell’immaginare senza inventare nulla, di scrivere una storia reale, per quanto fantastica possa essere. Un espediente straordinario per liberarci delle nostre invenzioni consiste nel tornare a ciò che stiamo vivendo nel corpo. Il corpo, infatti, non fugge all’evidenza, non racconta una storia fittizia, il corpo parla sempre di noi, di quello che stiamo sentendo: i nostri piedi, le nostre mani, l’espressione, la colonna vertebrale, le braccia, le mani, i gesti; il corpo parla di quello che siamo. Un altro passo decisivo sta nell’osare a esprimersi senza troppa preoccupazione che il contenuto abbia un senso compiuto. Il salto dall’ascolto corporeo all’azione espressiva richiede un abbandono, una sorta di “smarrimento” della nostra parte razionale, per lasciare scorrere l’esperienza accettando di non sapere dove questa ci porterà. E’ un vero e proprio salto nel buio. Ci sono diverse tecniche ed esercizi che possono aiutarci a fare questo salto, a eludere cioè il nostro narcisismo e a entrare nel processo creativo. Di fatto, una volta entrati nel processo si ha la sensazione di proseguire naturalmente, come se qualcosa di noi agisse senza neanche più chiedersi del senso dell’agire. Una volta sbloccata l’energia emotiva, superate le censure che ci impediscono di entrare nel processo, il nostro corpo inizia ad attivarsi, a reagire. Quando ciò accade, si genera una particolare alchimia, per cui i sensi, le percezioni, l’immaginazione, le emozioni, i ricordi e i pensieri iniziano a fondersi, a integrarsi e a fluire come un tutt’uno. In questo stato la nostra capacità d’espressione diventa molto più ricca e intensa, per cui iniziamo facilmente a immaginare situazioni, persone, a rivivere ricordi e a dar voce ai nostri personaggi interiori.

Da un punto di vista terapeutico il processo creativo coincide con il processo trasformativo. L’anello di congiunzione tra l’arte e la terapia è sempre lo stesso: quello che siamo, quello che stiamo vivendo, la nostra condizione presente. L’arte non è invenzione, ma un modo per parlare di noi, della nostra storia, della nostra vita. Possiamo dunque portare la nostra esperienza di vita all’interno di un’azione espressiva: usare il materiale dei nostri conflitti per creare situazioni, dialoghi, prendere contatto con parti di noi che possono essere interessanti da sviluppare, come l’ironia, l’aggressività, la dolcezza, ecc., ci permette di tirare fuori “la voce” proprio là dove di solito rimaniamo silenziosi e di superare quelle inibizioni che ci ostacolano e ci limitano.

Spesso nella vita cerchiamo delle soluzioni usando solo la mente. Attraverso di essa noi vogliamo capire di cosa abbiamo bisogno, e, in questo modo, restiamo esattamente dove siamo, vincolati ai soliti “drammi”, ai soliti “perché” e alle situazioni che non mutano mai. Questo perché la mente, di per sé, non sa essere creativa. Attraverso l’intelletto noi siamo bravissimi a ricollegare eventi, situazioni e significati all’interno di una mappa spazio-temporale riconosciuta. Il rischio è quello di rimanere fedeli a uno schema di comportamenti rigido, che alla fin fine uccide la nostra vitalità e preclude la nostra capacità di evolverci in sintonia con le situazioni della vita. Quando scriviamo, noi selezioniamo le parole da usare e in questo modo inevitabilmente attiviamo l’intelletto. Questo non è un limite, anzi, l’intelletto ci permette di osservare le cose e di scegliere. Come potremmo dire qualcosa senza la capacità di distinzione? Il problema è quando l’intelletto diventa scollegato dal sentire, per cui le distinzioni non sono sentite ma solo pensate.

Il primo passo verso una libera espressione di sé nasce da un’esperienza in cui sentiamo la presenza del nostro corpo all’interno dell’ambiente, in mezzo alle persone, sentiamo tutto il nostro corpo sia da un punto di vista fisico che emotivo e iniziamo ad ascoltarlo lasciandolo libero di immaginare, di sentire, di muoversi e di reagire. In fin dei conti è proprio il corpo che impara a vivere e impara a “osare”. A questo punto, siamo pronti per prendere una penna e un foglio di carta e lasciare che il corpo, tutto il corpo, dai piedi fino alla testa, dalla pancia fino al cervello, continui la sua danza.