Scenari Familiari

Dott.ssa Margherita Biavati

Si ritorna sempre alla stessa necessità: quella di andare abbastanza a fondo da trovare la base della verità, per quanto ostica sia. M. Sarton

I problemi affettivi-relazionali traggono origine dai rapporti affettivi vissuti nella prima fase dell’esistenza. Esperienze difficili e troppo frustranti che si verificano in età precoce in cui il bambino è fragile e assolutamente dipendente strutturano internamente una modalità di risposta rigida e difensiva che dal periodo infantile si trascina, e spesso si rinforza, nell’adolescenza fino all’età adulta. Il bambino passa, della nascita fino alla fine del terzo anno di vita, dalla fase di totale simbiosi ad una progressiva distinzione dalla madre, arrivando a percepirsi individuo a sé stante nell’adolescenza, periodo in cui sperimenta con sempre maggiore intensità il desiderio di essere autonomo legato alla sopraggiunta capacità di differenziarsi.

L’esperienza di un positivo rapporto d’amore con la madre nella primissima infanzia pone le basi per il successivo sviluppo psichico dell’uomo. Sono capaci di una buona separazione-individuazione dalla madre i bambini che hanno vissuto relazioni tenere, consolatorie, protettive, empatiche, rispondenti ai bisogni. Anche le esperienze fatte in età infantile più avanzata possono essere traumatiche e dannose per l’instaurarsi della sofferenza psichica e fisica, ma in questa sede ci occupiamo delle relazioni primarie che sono determinanti anche per gli incontri futuri.

La psicologia del Sé sostiene che in ogni bambino vi è una disposizione alla relazione che viene influenzato positivamente o negativamente dalle esperienze relazionali di riconoscimento, rispecchiamento e rassicurazione con la madre.

  • Il riconoscimento è l’esperienza del sorriso, del luccichio negli occhi della madre che guarda il figlio con un sentimento d’amore, vicinanza e felicità, creando un’atmosfera magica, un senso di unione e confermando al bambino di essere al sicuro e benvoluto;
  • Il rispecchiamento è una speciale forma di condivisione: la madre riproduce i suoni del figlio, le sue espressioni, il suo stato d’animo, questo rende il legame molto profondo, forte, basico;
  • La rassicurazione e la consolazione sono importanti perché anche un neonato può avere angosce e paure profonde che la relazione empatica con la madre può aiutare a alleggerire e sciogliere.

Se queste esperienze buone si realizzano il senso d’identità del bambino cresce forte e coeso, l’autostima diviene stabile, egli sente di avere un valore e di essere importante. Se al contrario questa condizione non si verifica e fra madre e figlio non si stabilisce una relazione rassicurante (non necessariamente per colpa ma più che altro per incapacità, impossibilità o inesperienza), allora si sviluppa nel bambino un Sé frammentato che produce una sensazione di mancanza, vuoto e fragilità, una vulnerabilità di base che si manifesta come una condizione di bisogno, da cui nasce un problema di dipendenza da qualsiasi cosa possa diminuire questo stato di agitazione. Le esperienze e impressioni legate al Sé dei primi anni di vita vengono in genere rimosse, ma riemergono più avanti nei periodi difficili o di particolare incertezza creando nelle persone grosse difficoltà intrapsichiche e relazionali.

Le esperienze primarie negative moltiplicano le difficoltà dell’individuo non solo dal punto di vista relazionale ma anche per la soddisfazione di bisogni legati alla sicurezza, al sentirsi protetti, accuditi, accolti. Per raggiungere una sensazione di benessere è fondamentale che ogni persona riesca a creare nel proprio ambiente relazioni di reciprocità e appartenenza per sentirsi accolti e poter contare su qualcuno di cui ci si fida.

L’autenticità cioè manifestare la propria verità non è certo facile, spesso si prova paura o vergogna a essere se stessi per cui si mettono in atto finzioni, s’interpretano personaggi e ruoli per manipolare l’attenzione degli altri e ottenere l’approvazione, ma così facendo diventa impossibile la formazione di quel senso di appartenenza di cui abbiamo bisogno per vivere e soddisfare il bisogno di intimità. In un’epoca in cui non vi sono più grandi tabù sessuali e anche l’aggressività è più libera e le persone riescono a gestirla con relativa maggiore facilità, nasce il tabù dell’intimità ed è una delle ragione per cui senso di solitudine, angoscia, vuoto e mancanza di senso imperano nelle nostre vite.

Quando il bisogno d’intimità resta insoddisfatto accade che la persona cerchi in modo spasmodico qualsiasi oggetto o esperienza vada a colmare quel senso di vuoto e ad alleviare l’ansia e la sofferenza: shopping compulsivo, sesso sfrenato, droghe, situazioni superficialmente appaganti… tutte forme di rassegnazione per compensare la mancanza di contatto, mentre il sentimento che cresce profondamente è la rinuncia a credere che ci sia qualcosa per cui valga la pena esserci, tentare, rischiare.

Anche la capacità di autostima e apprezzamento per sé e per gli altri sono legati all’esperienza primaria: l’autostima si struttura internamente se c’è qualcuno che ci ha stimato, amato e sorriso come avviene nelle conferme originarie con la madre; da quelle esperienze s’interiorizza l’immagine di una persona che ci ha amato davvero, si interiorizza un genitore interno “buono” che ci rimanda tenerezza, compassione, simpatia e auto-alleanza, fondamentale per auto-sostenersi nella vita. L’autostima evolve poi nella capacità di esprimere stima, affetto e solidarietà agli altri, cioè in concreto nella capacità di creare relazioni di reciprocità, intimità, dare e ricevere apprezzamento, tutte esperienze che vanno a nutrire il nostro “benessere” e la voglia di vivere.

L’apprezzamento ricevuto è anche un tramite per soddisfare il bisogno di realizzazione, cioè la capacità di esprimerci al meglio delle nostre caratteristiche e peculiarità, di percepirci utili a qualcuno o a qualcosa, in sintonia con gli eventi e la continuità della vita, rendendoci individui capaci di autonomia e indipendenza.

Quindi l’uomo non è soltanto fame e sesso ma anche e soprattutto RELAZIONE e quando le frustrazioni colpiscono troppo in profondità si producono ferite nell’autostima da cui si formano i disturbi narcisistici di personalità come quello della dipendenza. Cos’è una ferita narcisistica? Quando per esempio da bambini si cerca il riconoscimento e la conferma della madre e invece si riceve una risposta del tipo “lasciami in pace, vattene…” si formano delle ferite alla già fragile autostima che portano allo sviluppo della rabbia narcisistica, un’emozione che nella vita adulta può divenire pericolosa. Davanti a queste ferite vi sono due vie opposte di reazione che portano a sviluppare due tipi opposti di personalità dipendente:

  • Il narcisismo grandioso quando il bambino per recuperare autostima toglie importanza all’altro, svaluta il messaggio svalutante che riceve e si chiude in una forma di autonomia e indipendenza forzata, non sana che porta a un impoverimento della capacità di relazione.
  • La posizione depressiva si forma invece quando il bambino fa propria l’immagine parentale e disconosce il proprio valore per cui per vivere non gli rimane che mettersi sotto la protezione di qualcuno da cui essere dipendente: può essere un’altra persona o l’appartenenza a un movimento, una banda, un partito politico a restituire l’autostima perduta, fatto sta che vi è la sensazione costante di crollare se le figure di riferimento cambiano atteggiamento.

Il messaggio fondamentale che ogni bambino, in modo più o meno esplicito, ha ricevuto quando era piccolo è “ti amo se…” , e avendo bisogno per sopravvivere di cure, attenzioni e nutrimento ha rinunciato alla propria autenticità per soddisfare le aspettative altrui. Le conseguenze dell’amore dato al condizionale sono tante: difficoltà a sapere cosa si desidera; nascita di una struttura caratteriale rigida e difensiva;  incapacità dell’adulto ad autosostenersi e auto consolarsi; creazione di un genitore interno rigido come lo erano i genitori o all’opposto troppo permissivo; atteggiamenti di dipendenza e contro dipendenza (ribellione); sensazione di “non essere meritevole d’amore”; idealizzazione degli altri e dell’amore; incapacità ad essere autentici; sensazione di vuoto; perpetuazione delle caratteristiche genitoriali senza poterle riconoscere e senza poterci fare i conti.

Dai nostri comportamenti affettivi in età adulta è possibile dedurre le esperienze avute nella nostra infanzia: i nostri comportamenti affettivi attuali sono la traccia di quanto abbiamo vissuto e quindi per comprendere i nostri bambini interni, lavorare sul qui e ora è più importante che la ricostruzione di mille ricordi. Diventare consapevoli di ciò che ci ha creato dolore rende possibile riconoscere come e in quali occasioni il passato impera ancora nel presente.

L’assunzione delle caratteristiche genitoriali avviene attraverso l’identificazione che funziona in due modi: per dipendenza e imitazione o ribellione:

  • Per imitazione quando le caratteristiche diventano acriticamente le nostre. Assumiamo i loro valori, pensieri, modi di essere e li mettiamo in atto con noi stessi e gli altri.
  • Per ribellione quando il rancore porta al desiderio di essere completamente diversi, un’arma a doppio taglio che se da ragazzi può rivelarsi utile a non piegarsi nel lungo periodo si rivela solo priva di consistenza; infatti quando non c’è più nessuno contro cui lottare, le sensazione di libertà e forza svaniscono ed ogni cosa perde significato. Avendo poi la tendenza a dire NO, non si sa più a cosa dire SI; da adulti pur accorgendoci di avere tantissimi tratti del genitore amato a cui ci siamo ribellati, li rinneghiamo e rifiutiamo la nostra natura in una lotta strenua contro noi stessi. Se la ribellione non viene elaborata e superata diviene un sistema solo autodistruttivo.

L’identificazione si realizza attraverso il meccanismo dell’attaccamento che ha una grande funzione negli esseri umani e ci accompagna fino alla morte: permette di creare il legame d’amore e permette di dare valore ai messaggi delle persone amate. Per esempio facciamo esperienza ogni giorno quanto valore un po’ magico diamo alla persona a cui siamo “attaccati” magari quando abbiamo un semplice mal di pancia e cerchiamo prima di tutto la vicinanza di quella persona perché il dolore allevia così come l’ansia per il dolore; oppure da bambini quando ciò che diceva la mamma rimaneva impresso nella mente mentre quello che dicevano gli estranei restava sconosciuto. L’attaccamento dunque è un meccanismo che unisce due persone e agisce non in modo cognitivo ma emozionale, in modo simile all’innamoramento: il bambino è innamorato della mamma e questo è assolutamente importante per la sua sopravvivenza nell’infanzia e per la sua crescita. Quando non si “attacca” e non si innamora della mamma anche negli attaccamenti adulti avrà grossi problemi: infatti a una persona di cui si è innamorati gli si perdona tanto, mentre senza innamoramento, neppure chi è perfetto va bene.

Non si può fare nessun tipo di lavoro terapeutico con persone che non ammettono le proprie mancanze d’amore infantile. Da bambini il legame è il sine qua non per sopravvivere e il ponte fra lui e la mamma può essere più o meno sicuro a seconda dei comportamenti genitoriali. Il problema fondamentale nei legami fra le persone è la gestione dell’ambivalenza fra affettività e aggressività e la capacità di gestire questo conflitto dipende dall’aver avuto o meno un attaccamento sicuro. Bowlby osserva che quando l’attaccamento non è sicuro, si presentano tre tipi di alternative, che chiama: 1) attaccamento ambivalente, 2) evitante o disorganizzato, 3) attaccamento diffidenza, disillusione. (Il tipo di attaccamento ha strutturato poi il carattere.)

Il bambino non sa gestire l’ambivalenza affettiva, non può dirsi: “in parte i miei genitori mi amano e in parte no”; egli ha bisogno di sentirsi amato e protetto per la sua stessa sopravvivenza, si sentirebbe annientato dal dubbio sul loro amore, quindi rimuove l’esperienza dolorosa del rifiuto e si inventa un’altra verità. La cosa davvero particolare che in genere tutti fanno è di riproporre ai propri figli quelle regole e quelle situazioni che tanto lo hanno fatto soffrire, a cui si era piegato per essere amato da bambino, e mentre le ripropone in genere pensa che sta facendo l’opposto… su questa catena di trasmissione si fonda l’affermazione della cultura dominante di ogni società. Ora però possiamo andare oltre, sentire il dolore di quel bambino per costruire un adulto più positivo, ritrovare fiducia in noi stessi, recuperare i nostri desideri, tornare all’autoregolazione organismica, conoscere meglio i nostri genitori, trasformare i nostri genitori interni in immagini interne buone che ci aiutino nelle difficoltà della vita. Fedeltà alle tradizioni e carenza d’amore sono spesso legate fra loro: i genitori, preoccupati di osservare le consuetudini, sono incapaci di amare i propri figli nelle loro diversità; ma ora possiamo ribaltare l’ottica culturale e vedere le convenzioni sociali per quello che sono: regole che possono e devono essere modificate da ogni uomo quando si rivelano più dannose che utili.