Libro

La relazione che cura

GESTALT COUNSELLING E ART THERAPY

Testo di Margherita Biavati – Recensione di Anna Grossi

Premessa

La relazione che cura è l’edizione riveduta e accresciuta del volume “Verso quale trasformazione”, uscito nel 2005 presso altro editore. L’entusiasmo dei lettori e il rapido esaurimento delle copie tirate mi hanno convinto sull’opportunità di non procedere a una semplice ristampa ma di rivedere e ampliare alcune parti, insomma di mettere in cantiere una nuova edizione.

A questo scopo ho rivisitato le Esperienze, la parte operativa di ciascun capitolo, rendendole fruibili anche ai singoli lettori e consentendo, così, un uso «interattivo» del testo; ho arricchito e approfondito la parte relativa all’Enneagramma; ho, infine, aggiunto un Glossario dei termini specialistici e degli autori citati per agevolare la comprensione del testo anche ai lettori meno introdotti nella conoscenza del settore: come ogni autore che crede nella propria opera, io pure ho il desiderio di vedere crescere il numero di coloro che potranno trarre vantaggio dalla lettura del mio scritto.

In occasione delle conferenze di presentazione della precedente edizione del libro mi sono accorta che, nonostante avessi indagato su molti aspetti delle relazioni umane, la mia attenzione si focalizzava spontaneamente sulla tematica di base, centrale ed essenziale rispetto a tutte le altre: la relazione primaria come elemento fondante per la successiva realizzazione dell’essere umano; la connessione tra ciò che si è ricevuto nell’infanzia e la possibilità di diventare persone soddisfatte, creative, responsabili.

Le basi per una crescita «sana» derivano dall’avere avuto, sin dai primi momenti di vita, almeno una persona, un genitore, che abbia compreso i nostri sentimenti, ci abbia dato valore, rispetto, lealtà, protezione, consolazione, rassicurazione; ci abbia regalato questo miscuglio esplosivo degno di essere chiamato «amore», anche se preferisco non usare questa parola troppo spesso utilizzata impropriamente. Tale esperienza fa nascere la fiducia in se stessi, amplia l’intelligenza, la sensibilità, la recettività, rende capaci di empatizzare con gli altri, avere relazioni nutrienti e inseguire i propri sogni di realizzazione.

Dice Alice Miller: «Gli individui che nell’infanzia non hanno dovuto subire violazioni alla loro integrità psichica o fisica e a cui è stato concesso di sperimentare protezione, rispetto e lealtà da parte dei genitori, da giovani e in seguito saranno intelligenti, ricettivi, capaci di immedesimarsi negli altri e molto sensibili. Godranno della gioia di vivere e non avranno affatto bisogno di far del male agli altri o a se stessi. Non potranno fare a meno di rispettare e proteggere i più deboli, ossia anche i propri figli. Dal momento che il compito inconscio della loro vita non sarà quello di difendersi dalle minacce subite nell’infanzia, essi saranno in grado di affrontare in maniera razionale e creativa le minacce presenti nella realtà».

Da bambini siamo l’anello debole della catena all’interno di una società, rappresentata prima dalla famiglia poi dalla scuola, che vuole forgiarci secondo le sue aspettative, a costo di portarci a essere diversi da come siamo. Per il grande bisogno di accettazione e in mancanza di un’atmosfera accogliente, ci adattiamo a ogni sorta di situazione. Ci sentiamo umiliati e incompresi, ma crediamo di essere noi a sbagliare; iniziamo così a percepire un senso di «indegnità», un’insicurezza di fondo, dovuti non solo alle esperienze angoscianti e frustranti, ma soprattutto al fatto che siamo costretti a negarle, a distorcerne i contenuti. Con il termine «umiliazione» non mi riferisco solo alle violenze fisiche o agli abusi, ma anche alla continua e sottile pressione, che più o meno tutti abbiamo ricevuto, per seguire e soddisfare le aspettative altrui. Secondo la pedagogia classica, denominata anche «pedagogia nera» viene indicato come doveroso e conseguente al ruolo di genitori usare l’autorità, l’imposizione e il controllo con i propri figli; l’umiliazione data a un bambino non viene reputata grave o dannosa, e mentre in qualsiasi altro ambito dell’esistenza si tende a evolvere e a migliorare, nella sfera educativa l’antica mentalità, «una sberla forgia il carattere», prospera e si espande in una realtà sempre più mistificata. È incredibile come parlando di educazione e di relazione genitori-figli l’attenzione sia focalizzata quasi esclusivamente sul genitore che sta per assumere nuove e importanti responsabilità, e non invece a quella creatura piena di speranze e di sogni cui è negato assaporare l’innocenza e la gioia di essere al mondo.

Da bambini abbiamo preferito sentirci inadeguati e non meritevoli piuttosto che lasciarci sfiorare dal dubbio di non essere amati; abbiamo idealizzato la realtà contingente perché era l’unica nostra risorsa, anche se difensiva, ma da adulti la negazione della realtà non è utile poiché il vissuto delle esperienze dolorose, mai dimenticate dal corpo, riaffiora forte e incontenibile, guidando il nostro comportamento più della ragione.

Ogni bambino vorrebbe svelare se stesso ed essere sincero con i genitori senza temere di essere sgridato, punito o deriso, e nulla potrà mai restituire quell’esperienza perduta. La guarigione psichica, all’interno di una relazione terapeutica, non risiede quindi nel ricevere ora quanto non è stato dato in passato, ma nel riscoprire ognuno la propria «verità», giacché solo nella realtà delle nostre radici, qualsiasi esse siano, risiede la nostra forza. Una relazione terapeutica è riparatrice del passato se paziente e terapeuta assieme trovano il coraggio e l’apertura di far riaffiorare verità nascoste; se il terapeuta, divenendo testimone neutrale ed empatico, sa sostenere il paziente nel rompere il muro velenoso dei sentimenti inconfessati, per riscoprire aspetti dimenticati di sé, riconoscere la propria storia, ritrovare forza nel proprio sentire, saper leggere i contenuti importanti della propria vita.

Counselling e relazione «empatica»

Noi tutti abbiamo una sete incolmabile di relazione e contatto ma, non avendone sperimentato le qualità essenziali nell’infanzia, siamo in difficoltà da adulti a mettere in atto dinamiche sconosciute e creare rapporti soddisfacenti, diretti e non manipolativi: questa realtà di incapacità e mancanza è causa del «male di vivere», e ferita di ogni essere umano. Per questo motivo la Gestalt si propone come terapia anche per «sani»: perché difficilmente si riescono a superare da soli, senza essere aiutati, i vizi relazionali appresi che portano a non riconoscere l’amore e a scambiarlo con il potere, l’approvazione, l’avere ragione… La relazione d’amore, qualsiasi tipo d’amore, filiale, amichevole, fraterno, fra amanti, come nessun’altra esperienza al mondo, porta energia, gioia e voglia di vivere; ma quando due persone iniziano a intendersi, capirsi, desiderarsi, spesso ignorano di avere fra le mani un potenziale fantastico da utilizzare al meglio o al peggio, da far fluire in tutta la sua vitalità o al contrario da disperdere e far fallire. E troppo spesso, sapendo solo riprodurre gli stessi schemi comportamentali appresi, ostacolano o rendono inefficace tale potenziale.

Come lavorare a livello terapeutico per sanare questa mancanza di addestramento e recuperare la capacità di vivere relazioni piacevoli, potersi abbandonare all’altro, stare insieme senza soffocare o sentirsi soffocati, dover a ogni costo dominare, vincere o fuggire? Come raggiungere un equilibrio fra il desiderio di contatto e il bisogno di silenzio e solitudine? Come non temere la solitudine?

In questo quadro ha senso parlare di Counselling e di relazione «empatica» in cui la relazione «terapeuta-paziente» è paradigma per le altre relazioni, e le qualità di autenticità, neutralità, partecipazione, condivisione diventano modalità da utilizzare nel mondo.

Come scegliere il terapeuta

È difficile trovare un terapeuta adatto; il presupposto fondamentale di tale ricerca è la consapevolezza da parte del paziente dei propri bisogni. Se prima di iniziare le varie relazioni terapeutiche e formative mi fossi chiesta cosa mi era necessario per superare le mie difficoltà, avrei scelto quei terapeuti? Allora il bisogno e il malessere annebbiavano le mie capacità di percepire me stessa e l’altro, ma ora a tale domanda saprei rispondere: di aver bisogno di una persona empatica, onesta, capace di guidarmi nel lavoro corporeo, e soprattutto che abbia fatto lo stesso per se stessa, sia passato attraverso tali difficoltà e abbia sperimentato in prima persona l’aiuto terapeutico.

L’unica possibilità per capire se un terapeuta è questo tipo di persona, oltre all’intuito, è rivolgergli delle domande. Può sembrare assurdo e fuori luogo entrare nello studio di un terapeuta e, prima di parlare di sé, porre domande all’altro! Potrebbe essere recepito come un atteggiamento provocatorio e indurre nel terapeuta reazioni difensive, risposte insincere o rifiuto e a catena creare in noi disagio e amarezza; ma la possibilità di scelta è la nuova grande opportunità degli individui adulti. Da bambini non era permesso scegliere, ora è un diritto scegliere il meglio per sé, avere fiducia dei segnali del corpo e, se non ci si sente bene con qualcuno, ammetterlo e non reprimere i propri sentimenti. Quando succede di essere veramente e profondamente compresi, il corpo si esprime molto chiaramente poiché si rilassa; una risposta ostile, incompleta o sulla difensiva sarà anzi un ottimo indicatore per non sprecare denaro, tempo, energie e speranze. Se invece il dialogo è possibile e le risposte soddisfacenti, ci si sentirà a proprio agio, incoraggiati a chiedere di più, a iniziare a parlare di sé, ad aprirsi.

Se dovessi scegliere ora un terapeuta cercherei di capire se è una persona così forte e potente da aver dimenticato la fragilità e le ferite antiche, o se invece è umile e forte al contempo da non sminuirle per allontanare da sé il dolore; vorrei comprendere se è una persona che tiene a distanza i sentimenti e preferisce filosofare, poiché questa modalità fa sentire indifesi, umiliati, incapaci di dare importanza ai propri bisogni; allora sarebbe una ripetizione dell’esperienza antica, affatto terapeutica.

Una relazione terapeutica, per essere tale, deve portare il paziente a esprimersi, a sentirsi capito, rispettato, preso seriamente; se questo non avviene non vi è nessuna qualità sanante. È importante, per potersi affidare, che il terapeuta abbia il coraggio di rispondere in modo schietto, altrimenti semplicemente non è la persona giusta. Non cerchiamo un ideale inesistente: l’autenticità e l’onestà esistono ed è irrinunciabile che siano le qualità del nostro terapeuta.

Dedicato a mio figlio Alessandro

A te ho donato il mio amore
e il rispetto della tua essenza
tu mi hai ridato il senso della vita
e la voglia di credere in me.
Sai, ragazzino, mi sono sempre chiesta
chi è stato fra noi due a metterci al mondo

RECENSIONE DI ANNA GROSSI