LISCA
Un’esperienza di Scuola Gestaltica

Serena Canonico

Vorrei parlarvi della realtà in cui lavoro costruita insieme alla mia amica e socia, Francesca, nel tentativo di creare uno spazio per tutti, in cui l’educazione fosse al centro. Educazione per il bambino, ri-educazione per la famiglia e per la società che lo circonda. Ispirandoci a Claudio Naranjo, grande psichiatra, psicoterapeuta e gestaltista e al suo invito a “Cambiare l’educazione per cambiare il mondo”, abbiamo accolto tre anni fa i primi otto bambini.

Che tipo di educazione avevamo in mente? Abbiamo preso spunto da alcuni metodi e realtà pedagogiche che trovavamo affini, come Montessori e la Scuola libertaria di Alexander Neill e li abbiamo integrati con la nostra esperienza di lavoro personale e formativo in Gestalt fatta all’IGB con Margherita, portando questa nuova consapevolezza sia nel rapporto con i bambini che nel rapporto con i genitori. Con i bambini è stato fin dall’inizio molto facile, con i genitori abbiamo dovuto affrontare spinosi problemi primo fra tutti quello di “rivedere la loro idea di educazione”, cioè mettere in discussione il modello educativo con cui si è cresciuti per sperimentare qualcosa di più sano per sé e in realtà per tutta la famiglia. Ora siamo arrivate al quarto anno, i bambini sono diventati trenta e ci siamo accorte che funziona! È faticoso, richiede coraggio ma funziona.

La nostra idea di scuola è quella di un luogo in cui il bambino è accolto, ascoltato, non giudicato, ma accompagnato nella sua crescita, esperienza di vita e apprendimento senza pesanti o pressanti aspettative da parte nostra. Ogni bambino è un piccolo mondo a sé stante, con sue particolari caratteristiche che matura e si arricchisce se non viene forzato o controllato da schemi educativi inibenti e “uguali per tutti”, solo così potrà mantenere viva la sua creatività e la sua passione. Non si tratta di educare il bambino alla vita adulta ma di liberarlo dall’inquadramento degli adulti dimentichi della loro potenzialità creativa, che scelgono i “devo” anziché i “voglio”. Così bambini, che finché sono piccoli non possono far altro che assorbire e riflettere le azioni degli adulti, trovano poi enormi difficoltà ad accedere alla dimensione creativa del desiderio.

Il nostro lavoro più importante lo facciamo con le famiglie dei bambini, creando momenti di incontro e di scambio in cui ogni volta si affronta una situazione specifica, la si guarda da altre prospettive e si propongono strade alternative che hanno un respiro più ampio, una modalità più rispettosa, di ascolto vero e autentico. Che poi è quello che si sperimenta facendo un percorso di lavoro su di se con il counselling della Gestalt. Questo è il lavoro con i genitori, ma quello che mi preme ora è parlarvi della figura dei maestri, educatori, insegnanti, persone che assieme ai genitori si occupano dell’educazione di un essere umano.

Che caratteristiche deve avere un educatore? È la domanda che ci siamo poste quando, passando da 8 a 30 bambini, abbiamo iniziato a cercare altri educatori che ci aiutassero. E non è stato facile. In questo momento storico agli insegnanti viene richiesto: di saper far fronte a classi numerose di almeno 30 allievi, di rimanere distaccati, di ergersi al di sopra di tutti e di sapere tutto allo scopo di riempire le teste dei bambini con tantissimi di contenuti anche se destinati a perdersi inesorabilmente nella strada del tempo. Invece se pensiamo a quali sono gli insegnanti da cui abbiamo appreso e di cui non ci siamo dimenticati, realizziamo che sono quelli di cui ricordiamo profondamente lo stile, non i contenuti che come dicevo si dissolvono nel tempo, era il modo in cui riuscivano a trasmettere il loro sapere ciò che è rimasto nella nostra memoria.

Un buon insegnante non deve sapere ma deve Amare il sapere, che è l’anima della Vita. Lo dice l’etimologia stessa della parola insegnare che è: “lasciare un segno”.

Un buon insegnante lascia il segno e trasforma la teoria in oggetti del desiderio, i quali muoveranno e attrarranno gli allievi, aprendo le loro menti. Un buon insegnante è capace di aprire nuovi mondi nella testa dei bambini e dei ragazzi senza imbottirla di contenuti; egli fa sentire che la verità e la bellezza non hanno una sola lettura, ma si possono cogliere in modi diversi.

Socrate sapeva di non sapere, era consapevole dei propri vuoti; quel vuoto era un regalo immenso perché spingeva le giovani menti alla ricerca e apriva al pensiero critico. I buoni insegnanti, più che affannarsi nel trovare risposte, sanno stimolare domande, generare curiosità, perché senza il desiderio non c’è possibilità di apprendimento. Dice Recalcati “Il vero maestro mentre insegna impara e se non lo fa vuol dire che non fa bene il suo mestiere”.

L’istruzione forzata a scapito dell’educazione confonde i ragazzi, fiacca la loro anima, annulla le prospettive, intristisce le passioni. Scopo della scuola non è formare l’adulto che sarà, ma dare ai ragazzi la capacità di fidarsi di se stessi. Le competenze sono secondarie e conseguenti.

Galimberti, un altro filosofo del nostro tempo che spesso parla di educazione colpisce per la semplicità e la verità delle sue parole: “Oggi la scuola istruisce, non educa”. Egli lancia una provocazione, una sfida rivoluzionaria: “La scuola dovrebbe restare aperta fino a mezzanotte, in modo tale che dopo la mattinata di lezione i ragazzi possano frequentarsi, trovarsi a studiare, suonare la chitarra, dipingere, fare teatro, discutere di tecnologie”.

Immaginate come sarebbe avere delle scuole aperte ai ragazzi, non luoghi da cui scappare, ma seconde case in cui crescere, fare esperienze e trovare se stessi. Un luogo in cui l’educazione è la cura delle emozioni, dei desideri, del sapere di una persona, ma per far questo le classi dovrebbero essere di dieci persone al massimo, con trenta ragazzi non si può parlare di educazione, ma al massimo, quando si riesce, di istruzione. Noi con trenta bambini abbiamo quattro educatori fissi e un altro che si occupa alcuni giorni delle classi elementari.

Prima di tutto va formato l’educatore. Io ho trovato la formazione Gestalt davvero ricca, sia per me stessa, che per le mie relazioni e per il lavoro che faccio. Per diventare educatore bisognerebbe studiare a scuola materie come l’empatia, ma non solo insegnata teoricamente o descritta perché l’empatia è una materia pratica, esperienziale, non la si può far capire a parole. Anche lo studio delle emozioni è materia assolutamente esperienziale! È complicato parlare ai bambini di emozioni quando l’unica cosa che ci hanno insegnato è reprimerle per non creare trambusto e caos. Sperimentarle, viverle nel proprio corpo è l’unica via per restare in contatto con noi stessi, accoglierci per quello che siamo, restare aperti, impegnati, creativi.

Gli educatori dovrebbero essere empatici, emotivi, appassionati, coltivare l’intelligenza emotiva e a scuola usare un vocabolario emotivo per accompagnare i bambini dallo stato puramente pulsionale e istintivo a quello emotivo e affettivo perché imparino ad esprimere a parole i propri sentimenti, pensieri, desideri.

E le scuole dovrebbero essere piene di libri, di storie lette o raccontate colme di particolari che definiscono al meglio emozioni, persone e situazioni in cui potersi riconoscere. Il bullismo, il razzismo nascono proprio dall’incapacità di riconoscersi nell’altro.

Noi abbiamo pensato di coniugare la Gestalt ai principi fondanti il nostro progetto educativo e ogni giorno che osservo i bambini tutti presi dalle loro passioni, conversazioni, emozioni, sento che è possibile, cambiare il mondo cambiando l’educazione.