Genitori e Figli
Indicazioni per una crescita sana

Margherita Biavati

Ciò che più influisce sui figli è la vita non vissuta dei genitori. C.G.Jung

Ciò che stupisce è l’esplosione negli ultimi anni di una letteratura educativa in cui il processo di crescita viene rappresentato frammentato e parcellizzato. Il bambino è descritto nei suoi bisogni anno per anno della sua esistenza in un’ottica in cui le differenze personali spariscono in nome di una uniformità artificiosa e ingannevole. Queste teorie, come ogni generalizzazione, anziché stimolare la riflessione forniscono schemi spersonalizzanti, risultando assai poco attendibili e allontanano le persone dalla qualità specifica fondamentale del processo educativo: la relazione empatica.

La costruzione di regole universali, nata dalla necessità del sistema di avere controllo e potere, deriva da una concezione educativa che pone in primo piano la razionalità e sminuisce il valore della condivisione del vissuto emotivo: il bambino a cui non è consentito esprimere i propri sentimenti cresce con la percezione di essere sbagliato e in questa operazione disconosce se stesso, perde il contatto con la propria interiorità e diminuisce la capacità di rapportarsi agli altri; il bambino invece che cresce trovando ascolto e accettazione sviluppa un sostanziale senso di sicurezza e autostima che lo rende capace di instaurare relazioni autentiche e soddisfacenti.

È nella positività della relazione primaria con la madre che si pongono le basi per il successivo sviluppo dell’uomo; raggiunge un buon senso di sicurezza ed autostima chi ha avuto fin dalla primissima infanzia l’opportunità di vivere una relazione autentica. Maggiore è stato il privilegio per un bambino di agire liberamente e sperimentare comportamenti creativi protetto dall’approvazione genitoriale, migliore sarà la sua crescita fisica, psichica, intellettiva, la sua futura capacità di esplorare il mondo, ampliare le proprie risorse, provare piacere di vivere, cercare soluzioni personali.

Favorire una crescita sana significa sostenere il figlio affinché possa capire se stesso, vivere le proprie predisposizioni e potenzialità in divenire. A tal fine gli strumenti del genitore non sono il consiglio, la regola o la punizione ma l’ascolto empatico e la comprensione neutrale delle motivazioni interne. L’ipotesi fondante di questa concezione è che l’essere umano ha una tendenza positiva e naturale verso l’auto-realizzazione, per cui se un bambino o un’adolescente respira fiducia e libertà e sente che per nessuna ragione al mondo sono messi in dubbio l’amore e il suo valore personale, è indotto a scegliere strade positive e costruttive. Laddove il giudizio e l’uso del potere sono esclusi in nome del rispetto dell’essere umano a seguire la propria tendenza specifica, germoglia il seme della realizzazione.

Credenza comune è che l’empatia si risolva essenzialmente in un atteggiamento di disponibilità facilmente assumibile da ogni essere umano; questo fa nascere la presunzione nelle persone che diventano genitori, di sapere istintivamente cos’è bene per i propri figli. È essenziale stroncare tale illusione poiché l’empatia è in primo luogo “ascolto” che per rivelarsi efficace richiede impegno, maturazione, conoscenza. Occorre imparare quanto la nostra educazione ha deliberatamente nascosto: cioè a comprendere le nostre emozioni e desideri e ad agire di conseguenza; solo così le persone avranno le qualità necessarie per essere di supporto alla crescita dei loro figli perché come diceva Jung “Ciò che più influisce sui figli è la vita non vissuta dei genitori”. I genitori sono responsabili dello sviluppo dei membri della più piccola società umana, ma non avendo fatto esperienza da fanciulli dei valori fondamentali che la reggono quali il rispetto, l’ascolto, la consolazione, la rassicurazione… come possono trasmetterli?

Spesso la difficoltà dei genitori a concedere libertà ed accettare i figli nella loro specificità e diversità è dovuta al fatto che essi hanno dovuto con dolore rinunciare alle proprie aspirazioni per conformarsi ai principi comuni. Hanno sofferto ma poi si sono piegati ed è la loro esperienza l’unica che possono trasmettere. Su questa catena infinita si fonda l’affermazione della cultura dominante: abusando del bisogno del bambino di sentirsi amato e della sua conseguente adattabilità. Spesso crescendo anche le altre relazioni che il ragazzo vive con gli adulti prendono questa impronta: educatori e insegnanti si arrogano il diritto di dirgli cosa deve fare o dire o sentire senza informarsi della sua opinione; tutti sanno qualcosa di lui, anche ciò che lui stesso non sa, e il ruolo educativo si trasforma da protettivo a manipolativo. Come può un giovane fidarsi se si sente umiliato, non approvato, non sostenuto nello sviluppo della propria autonomia?

È fondamentale per un genitore imparare a trasformare l’autorità in autorevolezza e sostegno perché il figlio possa assumere gradualmente il rischio della propria indipendenza e divenire a sua volta sensibile e auto-protettivo. Un figlio presta attenzione al padre se si sente compreso, rispettato, incoraggiato, consolato e da adulto impara a fare lo stesso con i propri figli. Se così fosse probabilmente l’adolescenza non sarebbe quella “catastrofe” familiare che ora è per antonomasia! Qual’è la grande differenza fra la relazione di un genitore con un figlio piccolo e quella con un figlio adolescente? Un bambino, essendo più vulnerabile, non mette in discussione le regole genitoriali se non con gli episodici “capricci” che, così etichettati, non si rivelano molto rischiosi per le questioni gerarchiche: a volte i genitori cedono ai desideri del loro figlio, altre volte no, e il ruolo verticale non viene scalfito. Gli individui sono talmente abituati a ritenere le regole più intelligenti del sentire, che trovano assurdo pensare ad un piccolo essere come ad un qualcosa dotato di saggezza interna, capace di “autoregolarsi” e “auto-dirigersi”, per cui si va avanti in questo modo finche il “NO” del bambino diventa così forte da non passare inosservato… e i giochi familiari si scardinano.

Se un genitore ha impostato la propria vita sui figli lo scontro sarà inevitabile. La relazione può mantenersi felice se, pur nel cambiamento anch’egli è in un processo di trasformazione che lo spinge a capire anziché scontrarsi o volersi imporre. Avere un figlio adolescente è per un genitore come chiudere un capitolo… deve essere in grado di progettarne un altro altrimenti non saprà più come vivere. In questo caso mi chiedo: sarà più in crisi il figlio adolescente o il suo genitore? L’unica possibilità di sentirsi realizzati ed amati è rimanere fedeli a se stessi senza lasciarsi troppo sfuggire l’orientamento; un percorso che implica la piena responsabilità e accettazione delle proprie diversità, il permesso alla creatività senza lasciare spazio ai rimpianti, per ritrovare sempre, a qualsiasi età ed in qualsiasi occasione, quella serenità interiore tanto agognata, che dà valore alle nostre scelte e relazioni affettive.

Come genitori si è portati a far confusione tra le proprie difficoltà vissute da bambini e le esperienze che riguardano invece i propri i figli; diceva Bettelheim, famoso psicologo americano, a proposito dell’impegno dei genitori verso i figli, che “l’amore non basta” perché i figli hanno bisogno non solo di “sapere” di essere amati, compresi e rispettati per quello che sono ma di “sentirlo”. “Farò ogni sforzo per vedere chi sono veramente i miei figli e per accettarli così come sono ad ogni età, invece che lasciarmi accecare dalle mie aspettative e paure…”

I bambini sono l’anello debole della catena in una società che tramite le sue organizzazioni come la scuola e la famiglia vuole forgiare individui secondo le proprie necessità ed i bambini rimuovono le esperienze umilianti e dolorose dalla loro mente, ma il vissuto riaffiora nel corpo che guida da adulti il loro comportamento. Per umiliazioni non mi riferisco solo alle botte o alle violenze ma anche alla pressione psicologica che indebolisce la personalità e rende insicuri. Nella pedagogia classica tale realtà è in genere mistificata; l’autorità e l’imposizione viene spacciata per giusta, normale. L’attenzione è sempre rivolta al genitore pieno di doveri e responsabilità e mai a quella creatura piena di speranza, sogni, amore da dare e ricevere, che non può neppure assaporare l’innocenza e la fanciullezza per assolvere ai compiti già programmati per lui.

L’esperienza di un positivo rapporto d’amore con la madre nella primissima infanzia pone le basi per il successivo sviluppo psichico dell’uomo. Sono capaci di una buona separazione-individuazione dalla madre i bambini che hanno vissuto relazioni tenere, consolatorie, protettive, empatiche, rispondenti ai bisogni. Anche le esperienze fatte in età infantile più avanzata possono essere traumatiche e dannose per l’instaurarsi della sofferenza psichica e fisica, ma in questa sede ci occupiamo delle relazioni primarie che sono determinanti anche per gli incontri futuri.

La psicologia del Sé sostiene che in ogni bambino vi è una disposizione alla relazione che viene influenzato positivamente o negativamente dalle esperienze relazionali di riconoscimento, rispecchiamento e rassicurazione con la madre.

  • Il riconoscimento è l’esperienza del sorriso, del luccichio negli occhi della madre che guarda il figlio con un sentimento d’amore, vicinanza e felicità, creando un’atmosfera magica, un senso di unione e confermando al bambino di essere al sicuro e benvoluto;
  • Il rispecchiamento è una speciale forma di condivisione: la madre riproduce i suoni del figlio, le sue espressioni, il suo stato d’animo, questo rende il legame molto profondo, forte, basico;
  • La rassicurazione e la consolazione sono importanti perché anche un neonato può avere angosce e paure profonde che la relazione empatica con la madre può aiutare a alleggerire e sciogliere.

Se queste esperienze buone si realizzano il senso d’identità del bambino cresce forte e coeso, l’autostima diviene stabile, egli sente di avere un valore e di essere importante. Se al contrario questa condizione non si verifica e fra madre e figlio non si stabilisce una relazione rassicurante (non necessariamente per colpa ma più che altro per incapacità, impossibilità o inesperienza), allora si sviluppa nel bambino un Sé frammentato che produce una sensazione di mancanza, vuoto e fragilità, una vulnerabilità di base che si manifesta come una condizione di bisogno, da cui nasce un problema di dipendenza da qualsiasi cosa possa diminuire questo stato di agitazione. Le esperienze e impressioni legate al Sé dei primi anni di vita vengono in genere rimosse, ma riemergono più avanti nei periodi difficili o di particolare incertezza creando nelle persone grosse difficoltà intra-psichiche e relazionali.

Le esperienze primarie negative moltiplicano le difficoltà dell’individuo non solo dal punto di vista relazionale ma anche per la soddisfazione di bisogni legati alla sicurezza, al sentirsi protetti, accuditi, accolti. Per raggiungere una sensazione di benessere è fondamentale che ogni persona riesca a creare nel proprio ambiente relazioni di reciprocità e appartenenza per sentirsi accolti e poter contare su qualcuno di cui ci si fida.

L’autenticità cioè manifestare la propria verità non è certo facile, spesso si prova paura o vergogna a essere se stessi per cui si mettono in atto finzioni, s’interpretano personaggi e ruoli per manipolare l’attenzione degli altri e ottenere l’approvazione, ma così facendo diventa impossibile la formazione di quel senso di appartenenza di cui abbiamo bisogno per vivere e soddisfare il bisogno di intimità. In un’epoca in cui non vi sono più grandi tabù sessuali e anche l’aggressività è più libera e le persone riescono a gestirla con relativa maggiore facilità, nasce il tabù dell’intimità ed è una delle ragioni per cui senso di solitudine, angoscia, vuoto e mancanza di senso imperano nelle nostre vite.

Quando il bisogno d’intimità resta insoddisfatto accade che la persona cerchi in modo spasmodico qualsiasi oggetto o esperienza vada a colmare quel senso di vuoto e ad alleviare l’ansia e la sofferenza: shopping compulsivo, sesso sfrenato, droghe, situazioni superficialmente appaganti… tutte forme di rassegnazione per compensare la mancanza di contatto, mentre il sentimento che cresce profondamente è la rinuncia a credere che ci sia qualcosa per cui valga la pena esserci, tentare, rischiare.

Anche la capacità di autostima e apprezzamento per sé e per gli altri sono legati all’esperienza primaria: l’autostima si struttura internamente se c’è qualcuno che ci ha stimato, amato e sorriso come avviene nelle conferme originarie con la madre; da quelle esperienze s’interiorizza l’immagine di una persona che ci ha amato davvero, si interiorizza un genitore interno “buono” che ci rimanda tenerezza, compassione, simpatia e auto-alleanza, fondamentale per auto-sostenersi nella vita. L’autostima evolve poi nella capacità di esprimere stima, affetto e solidarietà agli altri, cioè in concreto nella capacità di creare relazioni di reciprocità, intimità, dare e ricevere apprezzamento, tutte esperienze che vanno a nutrire il nostro “benessere” e la voglia di vivere.

L’apprezzamento ricevuto è anche un tramite per soddisfare il bisogno di realizzazione, cioè la capacità di esprimerci al meglio delle nostre caratteristiche e peculiarità, di percepirci utili a qualcuno o a qualcosa, in sintonia con gli eventi e la continuità della vita, rendendoci individui capaci di autonomia e indipendenza.

Dai nostri comportamenti affettivi in età adulta è possibile dedurre le esperienze avute nella nostra infanzia: i nostri comportamenti affettivi attuali sono la traccia di quanto abbiamo vissuto e quindi per comprendere i nostri bambini interni, lavorare sul qui e ora è più importante che la ricostruzione di mille ricordi. Diventare consapevoli di ciò che ci ha creato dolore rende possibile riconoscere come e in quali occasioni il passato impera ancora nel presente.

L’identificazione si realizza attraverso il meccanismo dell’attaccamento che ha una grande funzione negli esseri umani e ci accompagna fino alla morte: permette di creare il legame d’amore e permette di dare valore ai messaggi delle persone amate. Per esempio, facciamo esperienza ogni giorno quanto valore un po’ magico diamo alla persona a cui siamo “attaccati” magari quando abbiamo un semplice mal di pancia e cerchiamo prima di tutto la vicinanza di quella persona perché il dolore allevia così come l’ansia per il dolore; oppure da bambini quando ciò che diceva la mamma rimaneva impresso nella mente mentre quello che dicevano gli estranei restava sconosciuto. L’attaccamento dunque è un meccanismo che unisce due persone e agisce non in modo cognitivo ma emozionale, in modo simile all’innamoramento: il bambino è innamorato della mamma e questo è assolutamente importante per la sua sopravvivenza nell’infanzia e per la sua crescita. Quando non si “attacca” e non si innamora della mamma anche negli attaccamenti adulti avrà grossi problemi: infatti a una persona di cui si è innamorati gli si perdona tanto, mentre senza innamoramento, neppure chi è perfetto va bene.

Fedeltà alle tradizioni e carenza d’amore sono spesso legate fra loro: i genitori, preoccupati di osservare le consuetudini, sono incapaci di amare i propri figli nelle loro diversità; ma ora possiamo ribaltare l’ottica culturale e vedere le convenzioni sociali per quello che sono: regole che possono e devono essere modificate da ogni uomo quando si rivelano più dannose che utili.