Il Corpo e la Parola

Dott.ssa Margherita Biavati

Salute è sentire il piacere del calore che colpisce la nostra pelle
D. Lessing

La percezione del mondo nella primissima infanzia avviene a livello sensoriale-corporeo mentre la capacità logico-linguistica e di astrazione si sviluppa in seguito. Un percorso di crescita personale, che ha l’obiettivo di far emergere ed esplorare memorie antiche e realtà rimosse richiede un approccio corporeo, poiché nel corpo più che nella mente vi sono tracce e ricordi indelebili degli avvenimenti angosciosi dei primi anni di vita. Il lavoro corporeo porta a esprimere le nostre polarità interne, intime e segrete, a ritrovare sentimenti di cui avevamo perso memoria e ad acquisire una nuova consapevolezza sensoriale, emotiva e cognitiva, preziosa e risanatrice.

Corpo e psiche, metaforicamente formati da un insieme di frammenti connessi fra loro a volte in equilibrio altre in contrasto, parlano di noi, della nostra storia ed è importante saperli ascoltare; a questo scopo viene in aiuto la pratica del respiro, un valido strumento per amplificare la capacità percettiva e sensoriale e condurre verso una maggiore profondità di coscienza, sino agli “stati regressivi” che connettono a esperienze arcaiche e danno informazioni cui sarebbe difficile accedere con altre modalità. Questi momenti di connessione sono importanti non solo per il cliente ma anche per il counsellor che, oltre ad aver la possibilità di conoscere a fondo la storia dell’altro, ha l’occasione di avvicinarsi a lui in una sintonia e un’intimità molto intense, evolutive e trasformative della relazione stessa.

Sentire emozioni forti come odio, rabbia, paura, disgusto, dolore, vergogna, eccitazione, amore, eros, estasi e altre ancora, può creare un forte senso di malessere a cui inizialmente cerchiamo di resistere, opporci, mentre dovremmo, anziché disperdere tante energie per bloccare il processo, trovare dentro di noi la forza, facilitati dalla vicinanza del counsellor cui ci siamo affidati, accogliere le emozioni e lasciarle fluire liberamente, reggendole in tutta la loro potenza. Per esempio sperimentare l’aggressività esprimendola fino all’apice, oltre ad essere un’esperienza liberatoria, insegna a mantenere salda la determinazione e la visione prospettica dei nostri obiettivi, utile per fare scelte consone a noi stessi, raggiungere i traguardi prefissati, saper reagire in modo efficace nelle diverse situazioni. Un altro sentimento difficile da sia da sperimentare sia da condividere, perché si esprime tramite movimenti corporei piuttosto sgradevoli e primitivi, è il disgusto; nonostante ciò è importante sentirlo ed esternarlo, poiché conduce alla crescita e alla differenziazione.

Una buona relazione con la madre nei primi anni di vita dà al bambino la percezione di essere amato pone le basi per la costruzione di una personalità adulta capace di autostima, autonomia e potere personale. Le ricerche di video-microanalisi di George Downing mostrano l’inderogabile esigenza da parte del bambino di ricevere risposte adeguate ai propri bisogni e di essere rispettato nel ritmo di contatto-ritiro per sviluppare, nella relazione con l’adulto, il senso di sé e della propria integrità fisica e psichica. Nel bambino il ritmo di contatto-ritiro è continuo e molto veloce: si può vedere chiaramente durante le poppate ed in seguito con le prime pappe; si avvicina per mangiare e poco dopo sente il desiderio di allontanarsi, dimostrandolo con movimenti minimi quali il voltarsi e spostare lo sguardo. Saper cogliere questi tempi impercettibili e concedere le pause richieste, anche se di pochi istanti, porta a un’atmosfera di serenità psichica e fisiologica; al contrario la forzatura, spesso derivante dalla non buona connessione relazionale della madre con il bambino, conduce a un’escalation d’irritazione che influenzerà e peserà non solo sulla sua modalità alimentare, ma più in generale sul processo di crescita, portando quel bambino a delle difficoltà nel differenziarsi, nel collocare i propri confini e alla spiacevole sensazione di essere continuamente invaso.

In un buon lavoro corporeo si rivivono i momenti di blocco, quali traumi e shock di dolore e paura, in cui la spontaneità organismica ha avuto un arresto; questo può far recuperare alla persona una nuova integrità psico-fisica e la capacità di autoregolazione.

Rispetto alla relazione counsellor-cliente, attraverso il lavoro corporeo si arriva all’esperienza dell’attenzione condivisa (Downing) e alla creazione di una speciale alleanza e partecipazione dell’uno alle emozioni dell’altro, cui è difficile arrivare in un lavoro basato esclusivamente sul dialogo. L’attenzione condivisa è quella situazione in cui il bambino sente la madre focalizzata verso i suoi interessi e la percepisce vicina a livello corporeo-sensoriale, un processo che non si esaurisce nei primi anni di vita, ma prosegue fino a fargli apprendere le basi di ciò che potremmo chiamare “generosità”; un bambino cresciuto forte di un simile sostegno avrà maggiore facilità nelle relazioni, nell’empatia, nello scambio e sarà capace di essere a sua volta, disponibile e attento agli altri.

Tecniche e livelli di profondità

Sia in Gestalt sia nel lavoro corporeo elaborato da G. Downing e integrato alla Gestalt, si parla di fasi e livelli di profondità perché il corpo ha tempi molto lenti per assimilare nuove informazioni.

In Gestalt sono previste alcune tecniche di base importanti come:

Il “continuum di consapevolezza” per cui si chiede alla persona di parlare di cosa sperimenta a livello corporeo, emozionale, immaginativo, nel momento in cui sta parlando, come se facesse una cronaca di quanto accade nel suo mondo interno e a livello sensoriale nel corpo.

La “esagerazione del sintomo” per cui si chiede alla persona di entrare maggiormente in contatto con la difficoltà finora indefinita e percepita in modo vago, lasciando che la sensazione, l’emozione e la tensione corporea di malessere aumenti e si definisca.

Nel lavoro più propriamente corporeo si procede per livelli di profondità; s’inizia da seduti, poi da in piedi e in seguito sdraiati in un materasso ampio su cui è possibile muoversi senza farsi male; si procede in questo modo:

  • Localizzazione dell’emozione nel corpo: per qualsiasi emozione sentita dalla persona, è possibile chiedere dove la sente nel corpo; allo stesso modo per qualsiasi sensazione corporea si può chiedere a quale emozione corrisponde.
  • Movimento: per approfondire il lavoro, si chiede alla persona, seduta, in piedi o sdraiata, di lasciarsi andare ai movimenti spontanei, impulsivi.
  • Immagini: si chiede alla persona di comunicare le immagini senza tentare di spiegare, o interpretare, ma semplicemente descriverle così come arrivano, anche se frammentate e ascoltare le suggestioni emotive che le accompagnano.
  • Voce e respiro: per entrare in uno stato di maggiore profondità la persona è supina e inizia un lavoro impegnativo con il respiro e con la voce; si chiede di respirare profondamente e permettere al corpo di trovare la voce o il suono delle emozioni percepite, senza interrompere il movimento corporeo. In questa fase iniziano gli stati regressivi veri e propri ed è possibile arrivare alla consapevolezza di vissuti pre-verbali importanti e significativi.
  • Respiro circolare: attraverso questa forma di respiro che parte dal ventre, in cui inspirazione ed espirazione si susseguono con continuità e velocità, si arriva a uno stato alterato di coscienza: la persona si sente in balia del proprio corpo e perduta nella regressione. Questo stato regressivo intenso è utile soprattutto con persone che non potrebbero mai neppure nominare i traumi subiti, ma riescono attraverso il corpo a integrare quelle esperienze difficili, in un processo squisitamente sensoriale, che riequilibra e rende corpo e spirito, più forti, uniti e liberi.

Pur potendo raggiungere questi livelli di profondità, è sempre bene avere presente che il lavoro corporeo non ha finalità catartiche, per quanto intense, piacevoli e liberatorie possano essere, bensì di ricerca per il recupero di un sentimento di unione con noi stessi, conoscenza dei nostri schemi affettivo-corporei e accettazione dei nostri vissuti, per quanto difficili possano essere stati.

Stati regressivi

È possibile iniziare un lavoro corporeo partendo da una specifica emozione, da un episodio traumatico, o semplicemente dal contatto con il cliente nel qui e ora; questa è la modalità da me generalmente preferita perché mi permette di entrare nel vivo dei problemi attuali con una visione allargata e lascia alla persona la libertà e la responsabilità di esplorare il proprio mondo interno, facendo affiorare a poco a poco i vissuti da rivisitare. In qualsiasi modo si parta vi sono momenti in cui si arriva a prendere contatto con varie emozioni ed è importante saperle gestirle senza averne paura o lasciarsi sopraffare nei momenti salienti.

Il lavoro regressivo vero e proprio inizia con il cliente supino, gambe piegate e piedi vicino ai glutei, una posizione da cui è più facile iniziare a muoversi quando l’impulso di movimento ha inizio. Il counsellor si siede vicino e, dopo un primo momento in cui si parla come in una normale seduta dei problemi emergenti, interviene per indurlo al sentire corporeo: “dove senti l’emozione nel corpo, cosa senti, arrivano delle immagini?”; infine chiede se vuole scendere più profondamente nell’emozione o nel problema emerso: “chiudi gli occhi, respira profondamente con la bocca socchiusa ed emetti un suono corrispondente all’emozione che provi”. Prima di entrare nell’esperienza il counsellor gli dice che in qualsiasi momento può fermarsi e uscire dal processo regressivo per re-immergersi quando lo desidera; questa possibilità di prendere le distanze è molto importante perché se la persona constata che, per quanto si senta persa può riprendersi con facilità, avrà meno paura, più determinazione e curiosità di proseguire l’esperienza.

Il counsellor attento a ogni minimo dettaglio corporeo incoraggia l’altro a seguire gli impulsi spontanei di movimento, a ampliarli e intensificarli per scendere in profondità; chiede se è piacevole o spiacevole, cosa prova, ma se si accorge che il cliente si sforza verso qualcosa, lo invita a non forzare, a lasciar fluire naturalmente. Quando il counsellor si rende conto di un cambiamento nel vissuto emozionale dell’altro, è importante lo evidenzi per aiutarlo a prenderene consapevolezza; è opportuno ogni tanto continuare a chiedere cosa sta provando o cosa sta succedendo, non solo per la  risposta, ma per far sentire all’altro di essergli vicino nel processo. Il counsellor può anche, per aiutarlo nel lavoro di amplificazione del sentire e rendere l’esperienza più incisiva, esercitare pressioni o manipolazioni, stando attento a non invadere né abusare del suo potere che in quel momento ha sull’altro e sempre previo consenso.

Quando si lavora su un trauma, va tenuto presente, che l’episodio esposto, non è mai il primo, ma la punta di un Iceberg preceduto o seguito da eventi per lo più inconsapevoli; in questo tipo di lavoro corporeo è consigliabile non toccare il cliente con manipolazioni o pressioni per non creare un turbamento maggiore, sempre non sia lui a chiedere esplicitamente un contatto. 

Il lavoro con le emozioni

Le emozioni hanno un significato importante per perseguire i nostri obiettivi, fare delle buone scelte in ogni campo della nostra vita (professionale, familiare, sentimentale, relazionale in genere) guidati dalla saggezza interna dell’autoregolazione organismica. Per ascoltare le emozioni a fondo e lasciarsi condurre lungo la strada del desiderio occorre addestrarsi all’esperienza e sperimentarle sino all’apice, sino a conquistare un’ampiezza interiore tale da poterle esperimentare senza la paura di esserne sconvolti.

Come si lavora a livello corporeo con le emozioni fondamentali quali: rabbia, dolore, paura, piacere?

La RABBIA è un impulso di reazione quando subiamo un torto fisico o psicologico; sperimentiamo una carica di energia particolarmente forte, utile a difenderci dagli attacchi, affermarci con determinazione, superare situazioni frustranti; come per le altre emozioni, la rabbia ha un suo oggetto, cioè se una persona è arrabbiata, lo è con qualcuno e per qualcosa. Quando il corpo inizia a muoversi, si può aiutare la persona a esprimere l’aggressività creando delle pressioni per esempio con le mani su quelle dell’altro per rafforzare la sua capacità di reazione, o sui piedi per potenziare la capacità di respingere. Importante è trovare una buona misura di pressione-opposizione che renda l’altro in grado di contrastare e sia sostenibile per il counsellor. Una modalità utilizzata nella bioenergetica per lavorare sull’eros è far lavorare la persona sulla zona lombare chiedendole di spingere il bacino verso l’alto in un movimento importante che è metafora di affermazione del proprio potere personale, di pieno contatto con la propria energia vitale, con la capacità di mettere al mondo figli, con il diritto al piacere e all’orgasmo.

Il DOLORE va sperimentato anche se porta in zone oscure che si vorrebbero evitare, perché è necessario sostare nelle ferite passate, nel senso di solitudine, di abbandono e di perdita, per ricominciare a vivere scoprendo di avere le risorse per farlo: come dice Perls chiudere le gestalt incompiute è il primo passo per procedere nella vita in modo sano. Nell’espressione corporea la persona può raggiungere l’apice rimanendo integrata con il solo aiuto da parte del counsellor della sua vicinanza; qualora l’esperienza risultasse troppo difficile e dolorosa da sopportare, la si può interrompere aprendo gli occhi per guardarsi e parlare di ciò che prova, poi eventualmente riprendere. Quando ad esempio nel lavoro corporeo emergono relazioni conflittuali molto sofferte come con un genitore, i sentimenti di dolore sono in continua alternanza con sentimenti di rabbia, ottimo veicolo per uscire dal dolore, sentirsi rafforzati ed essere in grado in seguito di poter contattare il sentimento del dolore con maggior sicurezza. Quando finalmente emerge il pianto può esserci da parte del counsellor un semplice contatto consolatorio, come una carezza, una mano sulla fronte; se invece pur sperimentando dolore, il pianto non arriva, si può continuare a lavorare sul respiro, dandosi un tempo successivo per entrare più profondamente.

La PAURA è un’emozione molto difficile da gestire a livello corporeo perché, a differenza della rabbia e del dolore, fa sentire scissi e disgregati. Vi sono diversi tipi di paura davvero difficili da sopportare, come la paura di impazzire, di perdere il controllo, di non riuscire più a vivere, di morire, di essere sopraffatti. Anche se generalmente il lavoro corporeo non arriva a punte così alte è sempre meglio far presente al cliente che può interrompere l’esperienza in ogni momento anche soltanto aprendo gli occhi ed entrando in contatto con il counsellor. Anche in questa esperienza è bene procedere a tappe ed è essenziale andare sino in fondo perché oltrepassane l’apice, oltre ad essere liberatorio, porta alla sensazione di un corpo trasformato, reintegrato e potente proprio per avendo sconfinato in zone pericolose. Un buon metodo per aiutare la persona a sviluppare liberamente l’espressione della paura e reggere consapevolmente l’esperienza è osservarla e descriverle ogni minimo movimento corporeo: le espressioni del volto, degli occhi, del respiro; la descrizione diventa per il cliente una protezione e un incentivo a lasciarsi andare al processo con minore controllo. Importante è non fare alcun incitamento se un cliente entra da solo, per suo impulso, nello stato regressivo.

La GIOIA ha movimenti spontanei che si raggiungono spesso alla fine dei lavori corporei con vari livelli d’intensità: dalla soddisfazione, alla forza, alla gioia sfrenata, all’eros. I movimenti sono prevalentemente espressioni del senso di libertà, vitalità, potenza, eros, autonomia, intimità, indipendenza dalle richieste e dalle ingiunzioni familiari spesso interminabili che hanno creato tensioni corporee e rigidità divenute croniche. Praticando la respirazione circolare, il maggior afflusso di ossigeno al cervello, porta a uno stato di alterazione in cui si sperimenta un senso di pienezza, realizzazione, scioltezza, in pratica ciò che avremmo potuto sperimentare nella vita se non vi fossero stati tanti impedimenti.