La forza del contatto e dell’immaginario

Dott.ssa Margherita Biavati

Le riflessioni che mi hanno ispirata quest’anno nello scegliere l’argomento di questo convegno, divenuto un appuntamento annuale di condivisione, sono: 1) da un lato Il rendermi sempre più conto di quanto, fare counselling gestaltico, sia essenziale per crescere e rendere migliore la mia vita. La percezione di essere in un cammino di continua evoluzione personale riguarda in generale tutte le persone che si occupano di gestalt, da cui l’idea un convegno dove la riflessione sul counselling in un certo è senso ribaltata perché si focalizza, prima che sull’aiuto alle persone, sull’aiuto che l’operatore trova per la propria esistenza. 2) In secondo luogo, la coscienza di quanto fare Arte sia di per sé terapeutico, ha portato il counselling gestaltico all’uso delle Artiterapie e alla considerazione che questi due percorsi e professioni, del Gestaltista e dell’Artista, siano affini.

Claudio Naranjo nel suo libro “Per una gestalt viva” chiede ai suoi allievi, per lo più psicoterapeuti, in che modo la loro professione li abbia aiutati a crescere e diventare essere umani migliori: questo è anche l’impulso di fondo di questo convegno. Sarebbe interessante farci tutti questa stessa domanda, noi in quest’aula e soprattutto i relatori che ringrazio di cuore per aver accettato di partecipare.

Cercando di rispondere a questa domanda riconosco varie tappe del mio percorso.  Inizialmente la mia formazione, basata soprattutto sullo sviluppo della sensibilità corporea ed emozionale, è stata un risveglio straordinario; affinare la capacità di percezione sensoriale permette di essere svegli al mondo e consapevoli dei nostri desideri per fare scelte che ci fanno sentire realizzati. Inoltre lo sviluppo della percezione sensoriale corporea è fondamentale per sviluppare la capacità empatica e per apprendere l’arte del counselling gestaltico, che è l’arte del contatto.

Fare Gestalt significa essenzialmente riuscire a creare un contatto con l’altro, inevitabilmente connesso al contatto con se stessi, attraverso un atteggiamento di ascolto empatico particolare che Perls chiamava di “indifferenza creativa”, un atteggiamento di accoglienza e apertura totale ma nello stesso tempo attivo e partecipe, che porta la persona a sentirsi stimolata ad approfondire l’introspezione e il racconto di sé esprimendosi liberamente all’interno di una relazione in cui entrambi sono profondamente se stessi. In questa condizione si rinnova momento per momento la sensazione di essere vivi, di vivere una vita che abbia un valore, che meriti di essere vissuta. Così avviene che nella relazione con l’altro io esploro la mia anima e le mie emozioni e questo mi fa sentire sempre e comunque vitale. Un vissuto denso che attraverso l’Arteterapia si amplifica e si esalta.

Personalmente ho un desiderio di connessione con me stessa e con l’altro talmente forte da risultare a volte impossibile a me stessa oltre che all’altro, da cui scaturisce un atteggiamento perfezionista che però mi ha aiutata nel tempo a coltivare l’opposto, cioè l’apertura e la flessibilità perché se è la verità del contatto ad affascinarmi allora non posso che predispormi, con la mente e con il corpo, ad una apertura totale per assorbire il nuovo per quanto lontano e diverso possa sembrare.

Il perfezionismo porta da un lato alla sensazione di essere costantemente indietro rispetto alle proprie mete e a volere sempre qualcosa di più, ma l’ansia che accompagna questo stato dell’anima può trasformarsi in tenacia consapevole, in capacità di rimanere nel vuoto, in ascolto di ogni sollecitazione, immaginazione o sensazione, e questo atteggiamento fa sì che in seduta tutto possa accadere. Nel vuoto la creatività è in azione e continuamente dei “pieni” sostituiscono i “vuoti” che si riempiono, lasciando il posto a nuovi vuoti.

Nella mente si fanno largo nuove idee, intuizioni e risposte ai nostri interrogativi che sostituiscono il turbinio asfissiante dei pensieri ossessivi; è fortissimo il fascino di questi istanti in cui il mondo dell’immaginario diventa comprensione corporea.

Come si fa a immaginare? Per mettere in moto il processo immaginativo devo essere in relazione con l’altra persona, sentirla empaticamente, percepire l’emozione che mi suscita e vederla in prospettiva; ingrediente fondamentale per agire secondo il proprio personale impulso, giudizio e sentimento è accettare il rischio di sbagliare, di non fare la cosa giusta ma continuare a provare, proseguendo per prove ed errori, su una terra inesplorata fiduciosi che la saggezza corporea – organismica ci accompagnerà al rinnovamento e alla soddisfazione. Fantasticando per l’altro io aiuto me stessa, prospettandogli un’immagine che gli apre una nuova visuale, la apro anche per me stessa, accettando l’incognita, l’accetto per me stessa. Le nuove possibilità e risorse che l’altra persona interiorizza per sé mi aprono la mente e il cuore a nuove immagini; e di lì all’azione il passo è breve e più reale, perché posso agire molto più agilmente ciò che sono riuscita ad immaginare. Quando si lavora creativamente alla ricerca di nuove prospettive la sensazione di libertà dalle regole in favore di ciò che è buono per se stessi, prevale. Ed è questo senso del buono e del bello che permette di vivere relazioni d’amore, rispetto e soddisfazione sia con il partner che con i figli.

Fare Gestalt è non può essere che una passione e un’arte che, coniugata con l’impegno, trasforma la vita. Vorrei concludere con due parole sul tipo di arte che più mi appartiene, la danza, una passione iniziata da bambina che non mi ha mai lasciato. A parte la gioia di danzare semplicemente per seguire uno stimolo e una propensione individuale, vi sono momenti in cui avverto la potenza del suo impatto in termini di crescita personale: quando sono immersa nel flusso e mi pare di essere fuori controllo quasi che i movimenti scaturiscono da soli e sia la danza stessa a portarmi, in quei momenti percepisco di abitare un corpo potente, capace di esprimersi, di relazionarsi toccando momenti di puro piacere d’esistere.