Reciprocita’ e trasformazione nella relazione d’aiuto

Dott.ssa Margherita Biavati

Affrontare i temi della reciprocità e della trasformazione nel processo di counselling, e più in generale nella relazione d’aiuto ci offre uno stimolo: quello di verificare di cosa stiamo parlando, andando a scoprire l’origine dei termini. Per quanto concerne la reciprocità, troviamo a livello etimologico il reciprocus latino che ha come fondamento l’idea di un movimento altalenante, di qualcosa che va avanti (verso l’altro) per poi tornare indietro (a me). Il termine giunge a noi nel significato di “restituzione di ciò che si è ricevuto”, in un ambito di scambio tra persone, abitando le terre della morale e dei doveri sociali. Consideriamo di questo reciprocus solamente l’ipotesi originaria di movimento altalenante, e gli affianchiamo l’idea della trasformazione, ovvero del far mutare aspetto: ci rendiamo conto, in questo modo, di avere già centrato il cuore della terapia e di poter definire terapeutico “il luogo in cui la persona può cambiare la propria forma, rimanendo se stessa, in una logica di scambio e restituzione con il Counsellor”.

Quindi, non solo il counsellor non è immune dalla logica di scambio, ma è addirittura protagonista del processo di trasformazione. Semplificando, possiamo dire che il cliente dà e prende, ma anche il counsellor dà e prende. In questo senso, reciprocità e trasformazione sono momenti differenti ma indispensabili affinché il campo creato dal contatto diventi terapeutico. Il concetto di reciprocità è dunque fortemente dinamico, e già solo per questa caratteristica merita di essere inserito nel “canone” della Gestalt. In nessun altra scuola, in nessun altra corrente di pensiero la presenza dinamica del terapeuta è così importante. Una presenza oltre alla tecnica, fatta di capacità di ascolto di sé e dell’altro e di ciò che accade nel campo tra i due, un ruolo composto di tanti ruoli, in realtà. Se immaginiamo il momento della relazione d’aiuto come una rappresentazione tragica dell’antica Grecia, dove il paziente è il protagonista, ecco che il terapeuta può ‘interpretare’, a seconda dei momenti, diversi personaggi: può essere l’antagonista, l’amico, il coro, lo spettatore, gli dei, il protagonista allo specchio, ecc… Il protagonista potrà, in certa misura, brancolare nel buio, ma il terapeuta sarà insieme a lui a cercare in quale punto si trova, quale ruolo sta interpretando, chi gli ha dato quel ruolo e come si trova in quei panni. Questo è il suo impegno, e da questo atteggiamento darà avvio al virtuoso movimento della reciprocità. Da questo momento il paziente è stimolato ad entrare in un flusso creativo ed insieme al terapeuta inizia a scrivere un testo a quattro mani, di cui nessuno ancora conosce la trama e l’epilogo, un testo in cui cambiano le posizioni e i ruoli degli attori della propria vita, in primis il protagonista: l’inizio della trasformazione.

Il processo di trasformazione è originato dal potere di ogni essere umano di influire sulla realtà e di esercitare, anche se con difficoltà e limitazioni, un’opera di miglioramento qualitativo di sé stesso e del mondo: una spinta al cambiamento che ci rende avventurieri dell’esistenza. La capacità di agire attivamente nel processo di trasformazione è per ognuno di noi una moneta preziosa, un “talento” il cui valore potenziale ha tuttavia una doppia faccia: l’opportunità del benessere da un lato e l’onere della scelta consapevole e della responsabilità dall’altro. La spinta al cambiamento è la forza indispensabile al raggiungimento della soddisfazione individuale sotto qualunque punto di vista la si voglia guardare: è necessaria all’asceta come all’uomo d’azione e di sentimento. Tuttavia tale necessità rimane spesso incastrata nel loop della nevrosi, che di default la sminuisce o la decodifica a suo piacimento, rendendo le gioie della vita impraticabili. Con la presenza di uno o più problemi psicologici, e con il desiderio di cambiamento da parte della persona, abbiamo il substrato su cui può avere inizio la relazione terapeutica.

La relazione d’aiuto, per essere terapeutica e quindi utile, ha la necessità di affondare le proprie radici su una comunicazione di tipo creativo, che il terapeuta costruisce con i mattoni della propria esperienza; si prende il rischio di sbagliare e lascia spalancata la mente alle proprie fantasie, intuizioni, immagini. Può così entrare nel mondo del paziente e trasmettergli qualcosa di nuovo, qualcosa che gli dia la possibilità di cambiare forma. Se la capacità empatica deve ovviamente essere allenata, è altresì fondamentale che il terapeuta sia attento a stimolare nella persona il contatto con il sentire corporeo e l’utilizzo del linguaggio analogico. A questo punto il paziente può riuscire a cogliere e ad inventare nuovi comportamenti e modalità, risorse inaspettate per dare una svolta, anche apparentemente piccola, ai propri comportamenti e alle proprie relazioni. La reciprocità viene favorita dal terapeuta, ma richiede impegno anche da parte del paziente: quello di arrendersi e di aprire le finestre sul proprio mondo interno. Solo lasciandosi andare entrambi all’incongruenza e rischiando, si può approdare all’esperienza della trasformazione creativa. Una relazione terapeutica basata su questo tipo di apertura e disponibilità dei due di accettare di non sapere e non controllare, anzi di lasciarsi prendere dalle intuizioni e dall’immaginazione, eleva il contatto ad un livello di massima soddisfazione. Spesso il colloquio terapeutico si apre con un dialogo, uno scambio di carattere verbale, ma dare troppa importanza alle parole spesso significa allontanarsi dal problema reale; ciò che viene in aiuto per capire sono le qualità come l’attenzione, la maturazione, la sensibilità, l’addestramento, attitudini che si possono acquisire solo attraverso l’esperienza dell’essere ascoltati.

Ogni persona ha l’occasione di imparare che cos’è l’ascolto empatico purché vi sia qualcuno che glielo offra. L’empatia è un fenomeno non solo mentale, ma che riguarda l’intera esperienza corporea, richiede un profondo contatto con sé stessi a livello sensoriale e la sua espressione interessa prevalentemente l’emisfero destro del cervello che è fucina della creatività. Potremmo immaginare metaforicamente il colloquio come un telaio la cui spola passa continuamente dalle mani del terapeuta a quelle del paziente: il terapeuta ascolta, vestendo i panni dell’altro (senza perdersi nell’altro), in modo da essere al contempo presente all’altro per sentire quali sono le sue emozioni ed intenzioni, e a sé stesso, alle proprie sensazioni, emozioni, pensieri, immagini e intenzioni. Inoltre fa attenzione a ciò che passa tra loro, osserva la forma della relazione e percepisce ciò che stanno creando insieme. Questo atteggiamento richiede, va da sé, una grande consapevolezza del linguaggio del proprio corpo e della forma dei propri limiti.

Giungiamo infine al punto più “attivo” del ciclo di contatto del colloquio, ovvero quello in cui si generano gli strumenti per la trasformazione. In Gestalt si parla di “contatto” intendendo una situazione di scambio vivo, creativo e significativo con qualcuno con cui si genera un’energia, una reciprocità capace di sciogliere in quel preciso momento i muri che ci dividono dal mondo. Sappiamo quanti personaggi abbiamo dentro, e quanto siano influenti nella nostra vita. Uno degli strumenti principali per far sì che la persona entri in contatto con questi personaggi è invitarla alla sedia calda e in questa operazione il terapeuta deve essere necessariamente in contatto non solo con il paziente ma anche con le personalità che egli esprime; per far questo è totalmente impegnato a immaginare domande, risposte, nuovi possibili risvolti, nuovi comportamenti funzionali alla situazione. E’ molto importante, nell’utilizzo di questo strumento, che il terapeuta non chieda al paziente di fare ciò che lui stesso non sarebbe disposto a fare; è chiaro, quindi, che se chiede di immaginare e di inventare, egli stesso deve essere disposto a farlo. Normalmente nella sedia calda si rappresentano due tratti opposti, o comunque fortemente in conflitto, della personalità, tra i quali si crea uno spazio di tensione, un’area invisibile ma fortemente percepibile.

Compito del counsellor è di essere presente tra le due istanze per rendere fertile quello spazio, da un lato giocando con la sua fantasia e immaginazione, dall’altro richiamando la persona alle sue intenzioni affinché non rimangano sospese o sepolte. Quando egli chiede ad una persona di immaginare e di comunicare a parole o di esprimere con il corpo, (con un movimento di danza, con un gesto scenico) che cosa “l’altro da sé” risponderebbe o quale reazione avrebbe o quale altro comportamento vorrebbe utilizzare che non sia il solito, o semplicemente gli chiede “cosa sente”, non può esimersi dallo spostare continuamente l’attenzione da sé all’altro e alla sua polarità per immaginare, intuire e comprendere pensieri, emozioni e intenzioni. Entrare appieno nel processo creativo induce la persona ad andare oltre ai suoi abituali orizzonti, trovare nuove risposte, fidarsi delle sue intuizioni e fantasie. Per entrambi, anche se in maniera diversa, l’esperienza creativa e di contatto diventa un nutrimento profondo dell’anima. Per il cliente l’ascolto empatico del counsellor si trasforma in capacità di auto-sostegno, ma entrambi sono nutriti dall’essere profondamente immersi nel processo creativo di trasformazione nelle reciprocità.

Rare sono nella vita le soddisfazioni così profonde come quella di creare insieme. Tale ricchezza di scambi, orientata al benessere dell’individuo, può verificarsi pienamente solo se il counsellor non trascura sé stesso, la sua crescita personale, la fertilità della sua mente, la cura della propria sensibilità. La Gestalt ci ha indicato un impegno etico: quello di avere cura di noi e del nostro benessere. E’ una possibilità a cui non abbiamo la facoltà di sottrarci se vogliamo davvero svolgere la nostra professione nel migliore dei modi. Imparare ad ascoltare il corpo che si autoregola e affidarsi alle sue risposte è fondamentale per rispondere alle nuove prove, sfide e difficoltà. Ma a volte non è sufficiente, poiché vi sono sempre nuovi cammini da percorrere e traguardi da raggiungere, che sarebbero insostenibili senza un costante arricchimento, scambio e confronto. A livello professionale ce ne rendiamo conto ogni giorno: chiedono aiuto persone sempre diverse, con problematiche nuove e assolutamente plausibili all’interno dei profondi mutamenti in ambito sociale e culturale avvenuti negli ultimi decenni. Per mantenere ampia la nostra prospettiva di conoscenza e anche perché le risposte che erano buone ed efficaci in passato oggi non soddisfano più, è necessario addentrarsi con sempre maggior sottigliezza nelle problematiche psichiche, e prendere in carico noi stessi, assumendo come metodo la continuità nella verifica, nella supervisione, nel confronto. I due momenti di crescita personale e di supervisione non sono separabili: la supervisione è sempre un lavoro su sé stessi guidato dal bisogno e assieme dal piacere della scoperta e dell’arricchimento di prospettiva che coinvolge mente e anima. Se allarghiamo lo spettro di sviluppo dei concetti di reciprocità e trasformazione al di fuori del processo terapeutico, non come naturali corollari, ma piuttosto come modalità di approccio all’esistenza, ci accorgiamo che possono diventare parti importanti delle nostre vite. Abbiamo visto come il passaggio alla trasformazione necessiti dell’accoglienza empatica, come se il paziente traesse la fiducia in sé stesso dal semplice fatto che qualcuno lo sa ascoltare. Abbiamo visto che la creatività e la fertilità possono crescere e svilupparsi solo se entrambi i protagonisti del processo si impegnano a rischiare di sbagliare, di far brutta figura e di dire cose assurde.

Tutti questi passaggi non possono e non devono fermarsi tra le mura del colloquio, il circolo virtuoso comincia lì in quel punto per poi dipanarsi al di fuori, nella vita di tutti i giorni, e questo ha un grande potenziale di ricaduta sulla società. La soddisfazione della mente, del corpo, dei sentimenti una volta sperimentata non può più essere accantonata in un cassetto in attesa di tempi migliori; la ricerca del benessere individuale, così ampiamente disincentivata dalla “normalità” istituzionale, dalle agenzie educative e dai surrogati di realtà veicolati dai mezzi di comunicazione, diventa un obiettivo primario della persona, un suo inalienabile diritto. In sintesi, in un’epoca dove tutto è in continua trasformazione, e troppo spesso le relazioni di scambio hanno il carattere della rivalsa, quello che abbiamo a disposizione è la “proposta ” di un’idea nuova: il benessere individuale, raggiungibile attraverso la trasformazione, non può che svilupparsi nella reciprocità creativa tra le persone.