L’uso dell’immaginazione nella relazione di Counselling

Dott.ssa Margherita Biavati

La relazione d’aiuto intesa come “aiutare ad aiutarsi” è una vera e propria sfida esistenziale. Il criterio innovativo di quest’ottica rispetto dell’idea tradizionale di “aiutare” è la fiducia nella libertà e responsabilità individuale.

La sfida si pone, ancora prima che in rapporto al cliente, nella relazione con noi stessi. Chi si occupa di relazione d’aiuto in genere tende a polarizzarsi nelle due posizioni estreme di offrire e chiedere aiuto, mentre è molto più difficile dare forma alla capacità di auto-sostegno e di autoregolazione, cioè ascoltare la propria natura per stravagante e contraddittoria possa essere e imparare a fidarsi, ad ascoltarla per cercare soluzioni congrue, corrispondenti ai desideri del cuore, che facciano sentire integri e in equilibrio con se stessi e che diano senso, soddisfazione e valore alla propria esistenza.

Lo sforzo richiesto per prendersi cura delle persone che si amano e con cui si condividono parti importanti della propria vita (figli, partner, amici, clienti), benché sia difficile e impegnativo, è ampiamente ripagato dalla passione per la realizzazione e ancora di più dal sentimento di unione; fare lo stesso sforzo per occuparsi di se stessi è paradossalmente più complicato. L’esperienza mi fa pensare che sia necessario un investimento di energia molto più ampio in questa direzione di quanto in genere non si faccia.

Diventare capaci di “auto-sostenersi” significa accogliere le proprie sollecitazioni interne, riconoscerle, differenziarle, non criticarle e assumersi la responsabilità e il potere di elaborare risposte soddisfacenti, per quanto possano sembrare strane e fuori dagli schemi, senza aspettarsi che siano gli altri a farlo per te. Quando si è impegnati in questa battaglia nella propria vita privata e all’interno della relazione di Counselling, diventa sicuramente più efficace, per agevolare il proprio sviluppo e quello del cliente utilizzare la pratica dell’immaginazione sia in termini di progettualità che per stringere ed essere concreti di fronte alle scelta e alle conseguenti azioni.

Se quando lavoro mi annoio e mi viene voglia di essere altrove, è segno che non sto facendo qualcosa di significativo né per me né per l’altro; si abbassano l’ansia e la tensione a comprendere e cala la capacità empatica. Un Counsellor deve sempre essere vigile rispetto a questi sentimenti di interesse, indifferenza, insofferenza o addirittura angoscia poiché sono importanti segnali che danno indicazioni di sé, dell’altro e della relazione che si sta sviluppando. Se il processo si blocca, le emozioni non fluiscono, vi è perdita di interesse, spesso ogni tentativo e proposta del Counsellor resta vana, non compresa, non accolta e non si riesce più a costruire nulla di interessante: l’atmosfera si satura di una noia tangibile, difficile da reggere che è relativamente semplice accorgersi di tutto questo. E’ necessario in quei momenti abitare il luogo affascinante del vuoto, del non sapere, mantenendo lo sguardo ampio e attento per accorgersi di ciò che apparirà, ma continuando nello stesso tempo con l’immaginazione a costruire e proporre scenari emotivi-comportamentali capaci di liberare il fluire delle emozioni.

Come faccio a immaginare? Come allento le redini dei miei preconcetti, regole, fissità, tanto da lasciare la mia fantasia libera di spaziare, inventare e costruire esperienze che abbiano un senso per la mia vita e per quella del cliente? Si ampliano le possibilità solo se si abbandona il controllo e ci si lascia vagare nel regno delle idee senza ritegno, ci si lascia andare al ridicolo, al clown, a re nudo, stimolando così anche il cliente a fare lo stesso, a concedersi il permesso di osare, perdere la faccia, inventare, creare.

Le esperienze realizzate in seduta trasformano la comprensione da intellettuale a corporea e stimolano i piccoli e grandi cambiamenti della vita. Comprendere con il corpo è complicato perché bisogna far funzionare nello stesso tempo i due emisferi cerebrali, ma le opportunità offerte da questa comprensione sono enormi: si diventa capaci di muoversi più agevolmente fra pensieri, sentimenti e desideri e riuscendo a riconoscerli e distinguere si è portati a far scelte più consone a noi stessi. Un’inclinazione ben nota nella relazione d’aiuto, si tratti di counselling o di psicoterapia, ma in ogni caso, inutile e frustrante, è parlare senza lo spirito del cambiamento, semplicemente per lasciare le cose così come sono, nutrendosi dell’illusione che è bene sapere tutto, pur non avendo idea di come fare per migliorare la propria quotidianità.

Generalmente una persona inizia un percorso di counselling perché si sente triste o insoddisfatta e vuole qualcosa che da sola non riesce a trovare; per cercare occorre focalizzare l’attenzione sul sentire e dare spazio all’agire nel senso di fare esperienze, proseguendo per prove ed errori: in quest’operazione è di nuovo decisivo l’uso della fantasia.

Apportare un cambiamento di qualsiasi natura richiede lo sforzo di uscire dagli schemi abituali e la disponibilità a fare cose diverse; quando un nuovo comportamento diventa una consapevolezza reale il corpo ne porta memoria e la soddisfazione raggiunta rafforza la capacità di apertura, sia cognitiva che emozionale. Per scegliere occorre percepire i non detti e i contenuti inespressi che si muovono dentro, ma in questa ricerca spesso neppure il corpo viene in aiuto perché non è addestrato al sentire e i desideri organismici sono confusi con le soddisfazioni narcisistiche che, pur essendo piacevoli, non riempiono il cuore.

La volontà gioca un ruolo importante nel focalizzare l’attenzione, aderire ai desideri, cambiare comportamenti, spostare pensieri ed emozioni. Quando in seduta lavoro con la fantasia, faccio un atto volontario perché la fantasia, non si possiede, ma la si usa, così come la creatività. Per esempio: sono con il mio interlocutore e mi costringo ad ampliare la percezione sensoriale e l’immaginazione per comprendere quello che dice dal suo punto di vista, qual è il suo senso della vita i quel determinato momento; per fare questo lavoro, entro nel magazzino delle memorie passate, presenti e future, ritaglio e appiccio, faccio patchwork, collage; l’unico rischio è che non riesco, mi ci vuole tempo e impegno, devo quindi continuare a provare, costruire, misurare le differenze. Si tratta di rompere modelli precostituiti, idee preformate, uscire dalla gabbia delle apparenze per entrare in un’atmosfera surreale dove tutto diventa possibile, per modificare e introdurre il nuovo.

E’ fondamentale, mentre fantastico, rimanere in relazione con la persona, perché quello che fa funzionare la fantasia nella relazione è l’emozione di simpatia che mi suscita l’altro e il vederlo in prospettiva. Le immagini in arrivo, le cosiddette antenne, possono aiutare: sono la percezione nel mio corpo del corpo dell’altro, ma aiutano solo se si ammette la possibilità di errore e si è disposti a proseguire per prove ed errori, perché sappiamo che anche il corpo mente e per esempio una persona può sorridere con il viso ma non con gli occhi; una tecnica di empatia fondamentale, che permette di sentire cosa prova l’altro, è indossare la sua faccia come fosse un vestito perché un’emozione induce un’espressione del viso. Tuttavia funziona anche l’opposto, cioè l’assunzione di un’espressione induce un’emozione: un concetto fondamentale per il teatro e anche per il nostro lavoro poiché permette di portare le persone in aree emozionali e concettuali dimenticate.

Di solito, quando sono in relazione con una persona, la mia soddisfazione mi dice se l’evento ha una qualità soddisfacente per entrambi. Per fidarsi di se stessi è dispensabile essere passati attraverso un immenso addestramento, per essere consapevoli di quello che si prova e dei propri schemi comportamentali in modo da riconoscere le proiezioni dalle intuizioni così da distinguere:

  • I dettagli del sentire corporeo;
  • L’insieme, differente dalle sue parti, e l’atmosfera emotiva;
  • I significati dietro alle parole e agli atteggiamenti corporei;
  • Le proprie reazioni quando si ascolta l’altro, mettendo gli occhi su quello che c’è senza spingere né tirare, ma dando attenzione a cosa avviene nel cuore.

In questo modo è probabile che io riesca a costruire un frammento di storia con una buona qualità relazionale ed è quanto come professionista della relazione d’aiuto mi si chiede.

Potermi fidare di me, anche se mai totalmente perché il processo di apprendimento non è conquistabile in modo definitivo, è fondamentale per creare e continuamente rinnovare il mio auto sostegno, per riconoscere le mie intenzioni e prendere decisioni buone per me, rispondenti ai miei obiettivi, rifiutando quelle che non lo sono.