Dialettica musicale e gestaltica nello sviluppo personale e artistico

Dott. Gianluca Taddei

Il mio percorso musicale iniziò tardi, al liceo. Mi diplomai in contrabbasso, e grazie allo studio con Fernando Grillo sviluppai grande interesse per la musica del ‘900, soprattutto la più recente. Conobbi poi Boris Porena, mio punto di riferimento per la composizione, la didattica, la filosofia del pensiero. L’incontro con Porena allargò la mia visione della musica e contribuì a orientarmi verso la musicoterapia. Mi iscrissi al corso di Musicoterapia di Assisi, dove ora insegno. Comprendendo di aver bisogno di una preparazione più approfondita in quest’ambito, iniziai il mio percorso di formazione in Counselling gestaltico, che costituisce attualmente l’altra gamba della mia professionalità all’interno delle professioni di aiuto. Ancora oggi, prevalentemente preso dalla didattica e dalla formazione, non rinuncio a suonare in concerto e a incidere qualche disco. Il mio sviluppo personale e artistico procede quindi sin dall’inizio parallelamente, all’insegna della musica e della Gestalt. Cosa accomuna queste due aree apparentemente appartenenti ad ambiti affatto differenti?

Nel tentativo di rispondere a questa domanda, vorrei soffermarmi proprio sul concetto di forma, parola che approssimativamente traduce il termine tedesco Gestalt.

Nella psicologia della Gestalt la forma è un modo di percepire e organizzare la realtà fenomenologicamente; nella psicoterapia della Gestalt i bisogni, nell’emergere, acquisiscono una forma che li definisce rispetto a uno sfondo indistinto, e sono soddisfatti quando il ciclo organismico riesce a sua volta a completare una forma. Quest’ultima si elabora a partire da dati sensoriali che poi accedono alla sfera emotiva per divenire infine pensieri, necessari alla strutturazione di un’azione che soddisfi il bisogno. In musica l’elemento formale è strutturale a qualsiasi tipo di produzione sonora organizzata, compresa quella non scritta e/o improvvisata. La dialettica, s’intuisce, è immanente tanto al procedere delle Gestalt quanto all’andamento del discorso musicale. Un ottimo esempio è dato dal seguente brano, su cui vorrei soffermarmi: il Preludio in Si minore dal clavicembalo ben temperato di J.S. Bach, nell’arrangiamento di A. Siloti (che ne cambia la tonalità in Mi minore).

Usando un procedimento tipico della musicoterapia recettiva, predisponiamoci all’ascolto con attenzione e orecchie ben aperte, senza per ora avere nessuno scopo preciso nell’ascoltare.

In siffatto tipo di ascolto prevalgono legami abbastanza superficiali con la musica ascoltata: emergono immagini (solitamente dipendenti da vissuti soggettivi collegati solo casualmente all’ascolto) e stati d’animo non molto definiti. Solo pochi ascoltatori sanno definire in modo più preciso il legame tra gli effetti dell’ascolto e le caratteristiche della musica. Innegabilmente però la musica facilita il contatto del Sé con «l’altro da Sé», accelerando la fase che tipicamente rappresenta l’inizio del ciclo della Gestalt. Questo è senza dubbio uno dei motivi per cui il legame tra Counselling gestaltico (e ancor prima psicoterapia della Gestalt) e arte si è stretto in maniera solida. Le arti e la musica favoriscono la creatività, che la Gestalt valorizza in quanto portatrice di cambiamento. Il linguaggio metaforico, infine, caratterizza la musica, che come si sa è portatrice di senso e non di significato (motivo per cui sarebbe opportuno riflettere bene prima di parlare di «linguaggio» musicale e ancor più di linguaggio «universale»). La metafora è un’altra delle chiavi di volta del counselling gestaltico, proprio perché consente una lettura alternativa e creativa del reale, facilitandone una percezione meno restrittiva e monotona e aprendo perciò la via al processo di cambiamento e trasformazione all’interno della relazione d’aiuto.

Potremmo ora ripetere l’ascolto del nostro brano, portando l’attenzione anche ad alcuni elementi formali e strutturali sottolineati precedentemente da un paio di ascoltatori: la presenza di due parti ben distinte e distinguibili (il basso e una parte più acuta e melodica) e il loro rapporto che a metà del brano si capovolge (il basso assume funzione melodica, la melodia funzione di accompagnamento). Il risultato di questo secondo ascolto, attento non solo al vissuto emotivo ma anche a questi evidenti elementi dialettici del brano, è quello di una maggior pienezza e soddisfazione. L’esperienza risulta più ricca perché coinvolge tanto l’emozione quanto il pensiero, legandoli in modo diretto a quanto effettivamente contenuto nel brano. Emergono due punti cruciali: l’evidenza del funzionamento olistico dell’organismo, secondo quanto previsto ed evidenziato dall’approccio gestaltico, e lo stretto legame tra percezione, effetti e forma dell’oggetto musicale (e artistico). Un’esperienza infatti può definirsi artistica, soprattutto all’interno di una relazione d’aiuto (si tratti di counselling, musicoterapia o arteterapia), soltanto quando ci sia un effettivo legame tra l’oggetto artistico (un ascolto in questo caso, ma anche una produzione sonora, la visione di un dipinto come la sua creazione), le sue caratteristiche strutturali e formali e le reazioni che vengono generate dalle attività che costituiscono l’esperienza stessa. Il brano di Bach suscita molto spesso emozioni vicine alla malinconia non soltanto perché è in tonalità minore, ma anche perché il suo finale compie una lenta parabola verso lo spettro grave del registro sonoro. L’emozione di malinconia tuttavia raramente trascolora nella tristezza vera e propria, in quanto il ripetersi costante delle otto note che formano la frase melodica, nella sua ciclicità e prevedibilità, sedimenta un senso di cullante rassicurazione. Il cammino armonico compiuto da Bach ci colloca però in una dimensione sonora non statica: la malinconia diventa allora nostalgia, un percorso è stato compiuto. Tutto questo può essere colto anche dall’ascoltatore non avviato alla conoscenza degli aspetti teorici della musica, risultando autoevidente non appena l’attenzione si sposta dal Sé dell’ascoltatore al «sé» di quel brano, mettendoli in relazione. Il legame con il medium artistico non può essere casuale, sia che lo si stringa in un setting di arteterapia sia che lo si crei all’interno di un counselling a mediazione artistica. Per questo non è sufficiente il mero contatto emozionale che l’arte certo facilita: siamo interessati a quello specifico contatto che solo tra quell’oggetto artistico e quella persona, in un determinato contesto, può stabilirsi. È indispensabile, da parte dell’operatore nella relazione d’aiuto, conoscere e riconoscere gli aspetti strutturali e formali, non solo contenutistici, di ciò che vuole proporre come esperienza artistica (pur senza calarsi in una dimensione troppo specialistica), perché solo così potrà orientarsi nella molteplicità delle risposte possibili da parte del soggetto o dei soggetti con i quali sta operando. Tornando nuovamente al Preludio di Bach, le sue caratteristiche fanno sì che le risposte emotive e cognitive si orientino in grande prevalenza verso un certo tipo di risposte, e non altre, a patto però che l’operatore sia stato in grado di lavorare effettivamente con quel Preludio, considerandone perciò le caratteristiche costitutive e proponendo quindi attività (ascolto, movimento corporeo libero, attività semi-strutturata) con esse congruenti. Altrimenti le risposte delle persone coinvolte nel lavoro saranno difficilmente valutabili e confrontabili, con il risultato di rendere priva di senso la ripetizione della stessa esperienza con altre persone, poiché verrebbero a mancare i pur minimi requisiti di attendibilità e scientificità. Si pone a questo punto una spinosa domanda: che succede se qualcuno risponde in modo affatto inaspettato a quel Preludio? Se a qualcuno, che pur ne ha colto almeno parte degli elementi formali, esso genera per esempio un senso di pace, benessere, senza neppure transitare per la malinconia? Nel riferirmi alla scientificità, non intendevo certo negare la concreta possibilità che, essendo l’approccio gestaltico fondato sulla soggettività, ciò che accade possa discostarsi anche di molto dal previsto. L’idea che propongo è che esista quindi una mediazione tra la presunta e (fortunatamente) irraggiungibile esattezza richiesta dal metodo scientifico, e l’assoluta irriproducibilità derivante dall’unicità di ogni persona e di ogni relazione. Questa mediazione è resa possibile proprio dall’uso dell’oggetto artistico, e consiste nell’aspettarsi ragionevolmente determinate azioni – reazioni piuttosto che altre, in funzione delle caratteristiche dell’oggetto e dell’esperienza proposta, essendo però pronti a confrontarsi con qualsiasi altra condizione possa generarsi nonostante le aspettative, senza tentare di ridurre a esse ciò che se ne discosta. Si tratta dunque di rispettare le caratteristiche intrinseche dell’esperienza artistica che stiamo costruendo con l’altro, ma anche di ciò che stiamo proponendo come mezzo di lavoro e potenziale strumento di trasformazione. Per questo è di estrema importanza, per rimanere nell’ambito musicale che meglio conosco, proporre, ad esempio riguardo gli ascolti musicali, brani di qualità, che non siano cioè concepiti unicamente allo scopo di suscitare le più facili emozioni di chi ascolta (come accade in genere nella musica di consumo), ma che presentino ricchezza di elaborazione, efficacia esecutiva, varietà, dialettica tra le parti, cura nella definizione strutturale e nell’impostazione formale. Queste caratteristiche, come altre ancora che si potrebbero elencare, non appartengono esclusivamente a un genere musicale (non sono ad appannaggio esclusivo della cosiddetta musica classica, anche se certamente all’interno di questa smisurata categoria è possibile pescare a piene mani più che in altre), ma sono rinvenibili in qualsiasi musica qualitativamente rilevante. Riconoscere questa qualità nel lavoro con l’altro, insieme all’altro, non è un’operazione semplicemente pedagogica: è parte integrante del percorso verso un divenire soddisfacente, nutriente, all’interno di un’estetica e di una relazione a mediazione artistica che contemperi tanto gli elementi soggettivi del «bello» quanto quelli fondati su proposte non casuali, non improvvisate, non banali, ma di effettiva qualità.